Abitare la terra, abitare la città

16 novembre 2016 | pubblicato in: Pubblicazioni | commenti: Commenta questo articolo

 

 

CopertinaIl volume raccoglie gli Atti del Convegno “Abitare la terra. Abitare la città” (Bellamonte, 23-26 agosto 2016) ed alcuni documenti preparatori. Il tema è proposto attraverso il contributo di autorevoli esperti e accompagnerà la formazione dell’anno 2015-2016. Si tratta di ripensare l’abitare che deve ritrovare le sue radici antropologiche, teologiche, relazionali per poter essere un abitare orientato ad umanizzare la vita, la città, il mondo.

È sotto gli occhi di tutti ormai quanto sia indispensabile passare da un abitare difensivo ed escludente ad un abitare accogliente, proteso al futuro, un abitare all’altezza di quella civitas dove è possibile dare corpo e forma al mondo, una civitas oggi ormai chiamata a protendersi al dare corpo e forma alla convivialità delle differenze, propria di una polis a misura della famiglia umana. Una riflessione articolata che sollecita alla presa di coscienza della responsabilità dell’abitare.

Il volume, a cura di Argia Passoni, propone i contributi di S.E. Mons. Mario Toso (Vescovo di Faenza Modigliana), Lucia Baldo (Commissione Formazione FFFJ), S.E. Mons. Lauro Tisi (Arcivescovo di Trento), Maria Bosin (Sindaco di Predazzo), Marcella Morandini (Direttore Fondazione Dolomiti Unesco), Don Rodolfo Pizzolli (Delegato PSL Diocesi di Trento), Don Massimo Serretti (Teologia Dogmatica), Letizia Atti (Educatrice multimediale e psicopedagogista), Edes Guerrini (Pedagogista, insegnante di religione), Don Marco Cagol (Direttore PSL del Triveneto).

 

ISBN 9788894104745, pagg. 144 € 13,00.

Il libro può essere richiesto a info@coopfratejacopa.it – Tel. 06631980.

 

Il presente volume raccoglie gli Atti del Convegno svoltosi a cura della Fraternità Francescana e Cooperativa Sociale Frate Jacopa a Bellamonte (TN) sulle Dolomiti, dal 23 al 26 agosto 2016, con il patrocinio del Comune di Predazzo.

Il tema “Abitare la terra. Abitare la città”, scelto a partire dalle indicazioni del Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze “In Cristo Gesù un nuovo umanesimo”, viene proposto attraverso il contributo di teologi ed esperti in quattro sezioni, che ne delineano elementi fondamentali, offrendo strumenti di lettura sulla complessità del tempo presente in ordine all’abitare e richiamando alla necessità di recuperare la profondità insita nella densità pluriforme del verbo abitare:

1. Abitare la città

2. Abitare il territorio

3. Abitare le relazioni

4. Abitare la terra.

 

Alla interessante lettura della decostruzione del sociale oggi operante nelle nostre società, guidate da un individualismo libertario e da un neo utilitarismo, che mercantilizzano ogni realtà e relazione erodendo il sociale e i beni relazionali (M. Toso), fa da riscontro la metafora del “mare liquido” (Don Cagol). Il mare della comunicazione globale, dove tutto è contemporaneo, porta alla atomizzazione e alla astoricità delle relazioni (Atti); in questo mare, dominato dalla tecnocrazia e dalla finanza speculativa, gli uomini fluttuano, migrano senza meta e senza patria, in territori anonimi, interscambiabili, senza identità, né comunità di senso.

In un contesto di questo tipo, che ingloba natura, uomini, popoli, è segnalata l’urgenza di imboccare il paradigma della generatività sociale affermando una relazionalità generativa del sociale, vissuta all’insegna della reciprocità e del mutuo potenziamento d’essere per un abitare più umano e umanizzante (M. Toso).

E l’urgenza di ridare forma solida a ciò che viviamo, rivitalizzando le comunità, attraverso l’impegno per un nuovo ethos sociale che ci faccia recuperare il bene dell’essere insieme, il bene comune, i legami sociali nativi, un’etica relazionale fondata sulla comune origine, sul destino comune, sulla chiamata comune ad abitare l’unica casa comune (Don Cagol).

Da entrambe le letture e indicazioni, un forte appello a prendere coscienza della nostra condizione di cristiani e cittadini e ad assumere la lezione di Evangelii Gaudium, che vede come punto nevralgico il farsi popolo, il divenire popolo. Il popolo rimanda alla questione decisiva: la questione del senso del vivere insieme.

La sfida di essere cittadini comprende il vivere e l’esplicitare l’appartenenza ad una società, ad un popolo, inteso come unione morale di persone cittadini uniti da mutua fraternità e impegnati in un territorio in vista della realizzazione del bene comune (Mons. Toso). Da qui la chiamata in causa a riscoprirsi come popolo di Dio in cammino nella storia, per alimentare quel “noi” rigeneratore che va costruito nella crescita di una comunità cristiana orientata al dialogo con la comunità civile, nella consapevolezza di un Dio che abita anche oggi le nostre strade, le nostre piazze, le nostre città.

Ora tutto questo viene saldamente ancorato, da ogni contributo e dal testo nel suo insieme, al recupero delle radici antropologiche, teologiche, relazionali dell’abitare.

Il tema dell’abitare è legato al mistero dell’incarnazione di un Dio che viene ad abitare in mezzo a noi, che si fa dimora in noi – “inabitare” – (Guerrini, Baldo, Don Serretti) per rendere possibile la partecipazione al suo progetto salvifico per ogni uomo e per tutta la creazione. Il mistero del poter essere abitati da Dio è la fonte prima del vero e autentico abitare dell’uomo. “Abita la terra” è un comando iscritto nel cuore dell’uomo (Don Serretti, Mons. Tisi).

L’“abitare le relazioni” ci rimanda dunque a vivere la relazione con Dio, con il creato, con ogni altro uomo (Baldo) ed al tempo stesso ci rimanda a considerare come ogni uomo abiti innanzitutto la relazione, perché ogni uomo nasce in un grembo materno. Fissare lo sguardo sulle relazioni costitutive (Don Serretti), volute da un Creatore che ci ha creati “a sua immagine e somiglianza” nella unità uomo-donna, è fondamentale per risanare le relazioni di origine di maternità e paternità e curare la famiglia quale insostituibile cuore di ogni relazionalità.img117

Così “abitare la città” richiede uno sguardo contemplativo che possa vedere anche oggi quel Dio che abita le nostre città per divenire con Lui capaci di rigenerare la nostra modalità di abitare. Questo il messaggio centrale: recuperare le radici, ritornare alla relazione costitutiva dell’umano, per ritrovare il senso dell’abitare e recuperare la bellezza dello statuto creaturale voluto per la felicità di ogni uomo e di tutta l’umanità.

 

Dal testo emerge la responsabilità dell’abitare oggi. Una responsabilità da intendersi non in senso moralistico. Si tratta di rispondere in senso responsoriale (Mons. Tisi). Rispondere al dono riconoscendo il dono ricevuto ed amministrandolo a partire dalla quotidianità della nostra vita, imparando a farlo per il bene di tutti.

Riscoprire la bellezza, la dignità assegnata all’uomo (Guerrini, Baldo), e riscoprire la bellezza di questa responsabilità, capace di rigenerare la nostra vita e di contribuire a salvare dalla desertificazione la terra e la convivenza umana. Non possiamo sottrarre questo supplemento d’anima che la fede può offrire (Don Cagol). Siamo chiamati a restituire e a condividere quanto abbiamo ricevuto, aperti all’incontro con ogni altro uomo e donna del pianeta.

Siamo chiamati a farlo con tutta la speranza e la fiducia che in questo non siamo soli. L’umano cerca il noi come abitazione naturale (Mons. Tisi).

È il discorso del “con” come percorso d’anima. Il primo “con”, il più fecondo, è proprio il portare con Cristo le sorti del mondo: un con-compiere con Cristo che è venuto a dimorare in mezzo a noi perché noi potessimo partecipare pienamente al suo progetto di amore. Il “con” come percorso d’anima ci porta così ad un crescere “con”, alla concretezza del “con-crescere” nella concretezza della comunità, comunità ecclesiale e comunità civile.

Un “noi” dunque da costruire con perseveranza; non un “noi” massa delle società impersonali, neppure un “noi” meramente etnico o contrattuale (cf EG), ma un “noi” unito dall’amore reciproco, dalla comune appartenenza, che spinge a realizzare il bene di tutti nello spazio e nel tempo (Mons. Toso). La costruzione del “noi” per un nuovo ethos civile (Don Cagol). Una ritessitura che interpella a rendere sempre più generativa la comunità ecclesiale a partire dal curare le nostre comunità come “controambiente”, secondo il linguaggio del sociologo Magatti: ambienti che spezzano l’anonimato, in cui discernere, in cui formarsi insieme e custodirsi dal “mare liquido”, per far emergere la terra solida (Don Cagol), progettando sempre più luoghi ponte, in cui siano possibili la cultura dell’incontro e del dialogo per costruire quella civitas da cui dipende la civiltà, la qualità del nostro abitare, la qualità della cittadinanza globale.

 

La via dell’abitare ci immette così decisamente sul piano di quella “chiesa in uscita” indicata dalla Evangelii Gaudium, che come laici siamo chiamati a vivere nella interazione continua con la realtà sociale e civile. È il lascito del Convegno Ecclesiale Nazionale da far crescere nella comunione e nella gioia del metterci in stato di risposta.

Non a caso l’abitare incrocia le altre quattro vie proposte a Firenze 2015: è “uscire” da un abitare difensivo per divenire abitare ospitale; è “annunciare” che Dio è lì nella città, nella nostra vita, nelle nostre case; è “educare” alla logica della gratuità e della restituzione, educare al limite per una convivialità che renda ragione della fraternità cosmica (cf LS); è un continuo “trasfigurare” che contempla la bellezza dell’abitare con Dio, nel creato, nelle città, con i fratelli, in quella dinamica di conversione che unisce cielo e terra.

Gli Atti vogliono essere segno di condivisione di questo dono, con una particolare riconoscenza a tutti coloro che hanno contribuito anche con la testimonianza a mettere a fuoco il messaggio di impegno nella speranza che il libro propone.

È il messaggio che ci viene dall’ascolto del territorio, un territorio dove una plurisecolare esperienza ha preservato con “Regole” l’ambiente e la possibilità di vita delle popolazioni locali in un rapporto fecondo tra comunità e istituzioni ecclesiali (Bosin, Morandini, Don Pizzolli), donando così a tutti la possibilità di godere oggi di questo patrimonio dell’umanità e l’eredità di una gestione condivisa dei beni di creazione quale potenziale paradigma di futuro.

 

A cura di Argia Passoni

 

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