Il mistero della povertà del Verbo incarnato

3 maggio 2015 | pubblicato in: Spiritualità Francescana | commenti: Commenta questo articolo

 

 

Il Verbo eterno…

Nelle biografie di S. Francesco è riportato un episodio particolarmente importante che sta ad indicare il capovolgimento valoriale assunto da S. Francesco con la conversione: l’abbandono del padre terreno per essere figlio del Padre celeste. Per comprendere ed avvicinarci, anche solo da lontano, a questa svolta possiamo rifarci alla teologia di S. Bonaventura che non è una gnosi fine a se stessa, ma è finalizzata alla salvezza dell’uomo.

Nella dottrina bonaventuriana il concetto chiave è costituito dal “Verbo”, Parola eterna proferita dal Padre, che ha la funzione di manifestare il Padre e di ricondurre a Lui. Ecco allora che per ritornare al Padre abbiamo bisogno di relazionarci al Verbo.

 

… è assolutamente sproporzionato all’uomo

Però S. Bonaventura osserva che il Verbo è assolutamente sproporzionato (“improportionabilis omnino”) sall’uomo e perciò inaccessibile. Anche prima del peccato Adamo era in questa condizione di debolezza inerente alla sua natura.

Come sottolinea il libro della Sapienza l’uomo è “incapace di comprendere la giustizia e le leggi” (Sap 9,5).

Per dire che l’uomo non può comprendere o meglio comprende in modo inadeguato il Verbo eterno, S. Francesco riprende un’espressione paolina molto pregnante: “La lettera uccide, lo Spirito invece vivifica” (2 Cor 3,6; FF 156). Con queste parole S. Francesco si rivolge ai predicatori che si potrebbero pensare come i più vicini al Verbo, i veri conoscitori del Verbo. Eppure proprio a loro dice che la lettera uccide, cioè li mette in guardia contro una conoscenza letterale delle Scritture, fatta a partire da sé, dai propri criteri.

 

Il Verbo incarnato colma la sproporzione

In noi “l’occhio della contemplazione” è oscurato per cui “fu convenientissimo che l’eterno e l’invisibile si rendesse visibile e assumesse la carne, per ricondurre noi al Padre” (S. Bonaventura, Della riduzione delle arti alla teologia, n. 12).

La sproporzione tra il Verbo eterno e l’uomo, che causa l’incomprensibilità (“incomprehensibilitas”) della Parola, può venir colmata solo attraverso l’incarnazione che è suprema manifestazione dell’amore (“excessus dilectionis”). In essa il Verbo eterno si avvicina all’uomo, si rende accessibile a lui e, così facendo, gli dà la possibilità di conoscere il Padre, di amarlo e di ritornare a Lui.

Grazie all’incontro col Verbo incarnato, S. Paolo compie un capovolgimento, una conversione e così comprende in maniera diversa la stessa Parola a cui, prima dell’incontro con Cristo, aveva dato un’interpretazione distorta che lo aveva reso persecutore dei giudeo-cristiani.

Grazie alla presa di coscienza della sua debolezza, di cui si vanta, S. Paolo si è potuto fare dimora dello spirito di Dio fino a dire: “Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito e non nella lettera” (Rm 2,29).

 

L’azione esemplare

Il Verbo incarnato adempie sotto forma terrestre, più vicina all’uomo, la stessa funzione che aveva già prima, nell’invisibile. Egli è insieme verità di Dio e verità dell’uomo.

In Lui la forza e la potenza di Dio si fanno debolezza. Divenendo un debole fanciullo, il Verbo incarnato si pone alla misura dell’uomo per poterlo incontrare, convertire e ricondurre al Padre.

Però, affinché questo ritorno al Padre sia possibile, anche l’uomo deve farsi povero abbandonando la sua autosufficienza per diventare un bambino che segue il modello dell’azione esemplare del Verbo incarnato! L’azione del cristiano non può essere diversa da quella che Cristo offre alla nostra piccolezza.

S. Francesco in tutta la sua vita si è preoccupato di ricordare, cioè di riportare al cuore gli atteggiamenti di Cristo povero e umile, e di riprodurli in se stessoper incontrarlo nella comunione personale, per essere simile (da simul=insieme) a Lui nello spirito.

Così anche noi non dobbiamo aspettare di incontrare Cristo sulla via di Damasco, ma dobbiamo avvicinarci a Lui partecipando ai suoi atti, agendo come Lui ha agito, per realizzare in senso pieno la similitudine del nostro spirito con lo spirito di Cristo, che dopo il peccato di Adamo si è appannata. Questa è la vera conversione!

Questo è il compito che S. Francesco ci lascia. Infatti la Lettera a tutti i Fedeli si apre con il richiamo all’umiltà e alla povertà del Verbo incarnato: “Egli essendo ricco più di ogni altra cosa, volle tuttavia scegliere insieme alla sua madre beatissima, la povertà… lasciando a noi l’esempio perché ne seguiamo le orme” (FF 182.184).

Ci troviamo di fronte ad uno dei misteri più profondi della vita cristiana che S. Francesco e il suo discepolo S. Bonaventura hanno intuito profondamente: il mistero della povertà del Verbo è il mistero della povertà dell’uomo.

Per potere incontrare il Verbo dobbiamo metterci in sintonia col percorso che Lui stesso ha fatto per raggiungerci nel suo farsi piccolo nel grembo di Maria. È così che possiamo incontrarlo e non nella presunzione della nostra conoscenza, della nostra capacità di autosalvazione.

È Lui che ha scelto di incontrarci nella nostra povertà per poter manifestare la sua gloria, per poter operare la potenza della sua salvezza.

 

La povertà nella relazione

s.21L’esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi” ci pone di fronte al “dramma della nostra epoca”: la “rottura tra Vangelo e cultura” (EN 20). Per questo ci chiede di evangelizzare la cultura “non in maniera decorativa a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità… partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio”.

La filosofia bonaventuriana può dare un grande aiuto nel riproporre la relazione tra l’io umano e il Tu divino per la formazione della persona umana e per dare fondamento alle relazioni delle persone tra loro.s.2

È la filosofia dell’insufficienza, della povertà intesa come l’essere vuoti, l’aver bisogno di tutto. Il suo compito è quello di far vedere che l’io non si può salvare da solo, anzi deve sentirsi un vaso vuoto affinché l’Altro lo possa riempire. È un compito importantissimo che porta via tutte le illusioni.

Questo discorso ha trovato forti opposizioni nella cultura moderna che aveva il mito del progresso e aveva la pretesa di trovare una salvezza proveniente dalla ragione. Ma i miti della modernità (produzione illimitata, assoluta libertà, felicità senza restrizioni…) sono ormai crollati e si è diffuso un grande pessimismo.

Oggi, nell’epoca post-moderna, le filosofie esistenziali, affermando che l’esistere dell’uomo è insensato, si avvicinano al presupposto fondamentale per entrare in dialogo con il pensiero francescano che ha la consapevolezza di un nulla che ci percuote all’interno.

Nella proposta francescana tale vuoto può venire esorcizzato o tolto dal Cristo che dà senso all’uomo. In Lui si compie l’opera di Dio. Per l’uomo questo significa che solo nell’incontro e nella relazione io-Tu, l’uomo compie il suo cammino salvifico fino alla visione di Dio nel Verbo eterno, e che solo ivi trova la sua felicità e si relazione in maniera autentica col suo prossimo.

 

Graziella Baldo

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