Le beatitudini come strada di santità

28 aprile 2019 | pubblicato in: Incontri 2019 | commenti: Commenta questo articolo

 

Ritiro di Quaresima della Zona Pastorale Fossolo (Bologna, 10 marzo 2019)

 

img85-2Questo momento di spiritualità della nostra zona pastorale conclude da un lato una serie di eventi promossi sulla Gaudete et exultate di papa Francesco, dall’altro apre questo tempo di Quaresima come tempo di conversione.

Cerchiamo nella meditazione, nel silenzio, nella preghiera, di dare un po’ di eco a questo documento del Papa sulla santità per mettere a tema la nostra santità personale e non renderla un fatto accessorio della nostra vita cristiana. Le parole di questa meditazione vogliono essere un approfondimento del tema della santità, delle beatitudini, non tanto seguendo il commento del testo, quanto piuttosto un approfondimento del nostro rapporto spirituale con la proposta di felicità che ci fa il Signore.

 

Santità e felicità sono sinonimi.

Una affermazione così netta e chiara da un lato ci incoraggia, dall’altro ci imbarazza perché siamo abituati ad immaginare la santità come un cammino eroico fatto di tante privazioni, martirii, sofferenze.. in fondo tutto pensiamo di un santo, tranne che sia una persona felice.

«La parola “felice” o “beato” diventa sinonimo di santo perché esprime la persona fedele a Dio che vive la sua parola e raggiunge la vera beatitudine nel dono di sé» (GE 64).

Queste parole del papa sono molto profonde, tratteggiano un itinerario di conversione molto importante. C’è una necessità di felicità che abbiamo, che passa attraverso il dare se stessi, il dono della propria vita.

La santità non è l’io solitario che mostra resistenza incredibile, ma una persona che ha fatto della sua vita un dono, e proprio per questo fa anche cose ammirabili, ma prima di quelle ha sbilanciato la sua esistenza verso gli altri e proprio per questo è felice, perché è riuscito ad essere un dono.

Questo obiettivo di santità come dono ci sta davanti e noi non possiamo che sentirci un po’ lontani da questo traguardo. Noi che solitamente abbiamo il timore di rimetterci, di perderci, ci tratteniamo dal “dono di sé”.

Allo stesso tempo ci rendiamo conto che essere felici è difficile, come nel caso del giovane ricco, che si presenta al Signore chiedendo vita e alla fine, davanti alla questione centrale delle ricchezze, la smentita del dono di sé si traduce in tristezza (Cfr. Mc 10,17-22).

Perché la nostra tristezza possa mutarsi in gioia, abbiamo bisogno di un cammino di conversione in cui torniamo a dirigerci e a tendere verso il Signore. Il giovane ricco infatti corre con gioia incontro al Signore. Ancora non sa la fatica della scelta e il dono di sé che gli viene chiesto, però intanto va incontro a Lui e pieno di speranza si getta ai suoi piedi. Nel momento in cui continuiamo ad andare incontro a Lui con entusiasmo sentiamo che la sua presenza è davvero capace di gioia. Lontano da Lui ci sentiamo perduti, soli, senza prospettiva, senza speranza, senza un posto dove stare e sentirci accolti. Puntando lo sguardo verso di Lui ci sentiamo voluti bene, siamo incoraggiati, sentiamo che c’è speranza. È il legame con il Signore che ci incoraggia in questo.

Se noi purifichiamo la nostra idea di santità da questi sentimenti eroici e la facciamo entrare nel volgere lo sguardo al Signore, nel correre incontro al Signore, recuperiamo anche l’originaria potenza di gioia che è presente nel cammino di santità. E quando ci sentiamo smarriti e tristi, lontani da casa, ricordiamoci di tornare verso il Signore, incontro al Signore, recuperiamo le origini della nostra felicità. Il “dono di sé” comincia in questo sguardo rivolto al Signore e non più a se stessi, prima ancora di ogni altro passo successivo.

 

La casa è altrove e lontana la via.

Nelle beatitudini ci rendiamo conto che c’è un compimento di felicità e di realizzazione che uno non si dà da solo. Non saranno le proprie risorse e i propri mezzi a realizzare la propria vita, perché questa è, in realtà, affidata a qualcun altro, non è qui, è altrove.

Nelle beatitudini c’è quasi un bisogno di tornare a casa per sentirsi finalmente arrivati.

1. Vedendo le folle, Gesù salì sul monte e si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.

2. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

3. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

4. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

5. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.

6. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

7. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

8. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

9. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

10. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

11. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

12, Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi» (Mt 5,1-11).

 

L’Esortazione apostolica prende il suo titolo da qui: “rallegratevi ed esultate” (Mt 5,12) anche in condizioni umanamente drammatiche, perché non manca la ricompensa, il premio è al sicuro, è assicurato nei cieli presso il Signore.

C’è allora un altrove rispetto alla nostra esistenza che sono i cieli. C’è qualcuno che è Dio, oltre questa nostra vita, che è il compimento di felicità che ci attende. Allora si comprende che il programma delle Beatitudini diventa come una scala, un itinerario per raggiungere il cielo, perché è lì che il Signore offre davvero il premio. L’anticipo, la sua presenza già adesso, l’azione del suo Spirito, diventa già adesso motivo di sollievo, di gioia. Questo itinerario ci ricorda che nel legame con il cielo è l’assicurazione della felicità. Se dimentichiamo questo legame allora cerchiamo il compimento della nostra vita quaggiù.

Lo cerchiamo assecondando quella avidità che ci divora, che sottrae con violenza e ingiustizia, e fa del proprio desiderio il diritto da esigere anche contro gli altri. In questa conflittualità nella storia non c’è nessuna pace, ne felicità, ne beatitudine. Noi abbiamo bisogno di orizzonti più ampi verso la felicità, per elevarci verso il cielo e da quel legame riconoscere la possibilità della nostra felicità. Il nostro compimento comincia adesso, nell’itinerario al cielo ma non finisce qui. Nel momento in cui riesco a riconoscere la presenza del Signore, io riconosco che il Signore comincia a riempire il mio cuore di gioia, rilanciando allo stesso tempo il compimento in una dimensione ulteriore.

Il percorso è lento. Noi siamo per strada, noi siamo incamminati. Siamo come quei discepoli che lungo il cammino di Emmaus ancora non sanno che saranno colmati di gioia, però intanto sono col Signore e intanto le sue parole scaldano il cuore (Lc 24,13-35).

Non sanno che l’unità frantumata dei discepoli sta per ricomporsi ma intanto loro sono di nuovo uniti.

Scaglie di cielo, della presenza e dell’efficacia del risorto, sono disseminate nella nostra notte come stelle nel cielo e ci permettono di cogliere che il nostro compimento si realizza oltre. È vero che il percorso è lento, ed io ho bisogno di essere accompagnato, trasportato verso il cielo, ma l’essere in questo cammino è già legame con il cielo che si affaccia su di me, garanzia della beatitudine.

 

Fascino e paura.

Queste beatitudini, questa possibilità di felicità anche nelle condizioni più tribolate (e che il mondo considera più disgraziate) hanno un fascino incredibile.

Sentiamo un desiderio grande di questa felicità, specie quando abbiamo toccato con mano la frustrazione della povertà, del pianto, della fame. della sete; abbiamo toccato con mano quei momenti in cui ci siamo sentiti perduti, venendo meno le condizioni esterne a cui eravamo legati e noi stessi ci siamo sentiti rovinati.

M a questo fascino è misto anche ad una grande paura. Spaventano le Beatitudini perché non ci sentiamo così pronti a mettere la nostra felicità nelle mani del Signore e a lasciarci colmare da Lui. Una briciola di sicurezza umana la vogliamo sempre conservare. La soddisfazione di riuscire con i nostri mezzi, a prendere, vendicarsi, capire ogni cosa, ha un suo fascino. E quindi sentiamo il bisogno di comprendere come è possibile che questa fiducia nel Signore ci permetta davvero di mettere nel nostro programma di felicità la presenza del Signore così impalpabile. E’ la domanda che si fa anche Pietro nel Vangelo dopo l’episodio del giovane ricco, davanti al commento amaro di Gesù:

«Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» (Mc 10,23.25).

Perché questo accanimento nei confronti della ricchezza? Da un atteggiamento che cerca sicurezza in se stessi, nelle proprie forze, energie, intraprendenza Gesù passa all’ esclusione dal Regno. C’è qualcosa di Adamo in questo: nel momento in cui egli decide di prendere – ma era già tutto suo!- di stendere la mano indipendentemente dal comando e dalla volontà di Dio, di essere lui l’arbitro del mondo invece che accogliere il Signore, in quel momento Adamo perde tutto. L’atteggiamento di stendere la mano e prendere per essere autosufficiente rispetto a Dio nei confronti del mondo, questo è l’atteggiamento che fa perdere il Regno. E impossibile possedere il Regno di Dio quando si vuole prendere.

E questo atteggiamento impossibile agli uomini, torna ad essere possibile al Signore. Allora, nel momento in cui io smetto di prendere ma comincio ad offrire, a lasciare, io riconquisto tutto.

E ai suoi apostoli Gesù ricorda un destino glorioso, un Regno, un esercizio della regalità di questi apostoli insieme con Lui, in un possesso smisurato, centuplicato. A coloro che lasciano e rischiano in questa libertà per mettere il Signore come il proprio compimento, non manca più niente. Abbiamo bisogno di mettere “a bilancio” il Signore, la sua parola. Se noi togliamo dal bilancio del pro e del contro il Signore, i conti non torneranno mai: le cose che io voglio sono perdute, altre non ne arrivano.

Se invece mi fido del Signore e della sua parola, io mi rendo conto che si tratta di rinunciare ad un’esperienza limitata, meschina della vita, per una partecipazione alla vita sua, di Figlio di Dio e quindi del suo Regno, della sua gloria. È importante che facciamo questo passaggio. Ci vuole questo atto di fede con cui, per seguire lui, noi non temiamo di rimanere “fregati” dall’affidamento al Signore.

 

Percorso di liberazione, percorso di crescita, sospinti dallo Spirito.

Per percorrere questa scala verso il cielo, dobbiamo davvero avere fiducia nel Signore, sbilanciandoci su di Lui, un po’ come fanno i bambini che imparano a camminare e devono imparare a buttarsi in avanti perché sanno di poter contare sul genitore che li prende, li accoglie. C’è qualcosa del genere nel nostro percorso verso la felicità. Un percorso di liberazione è un percorso di crescita. Anche l’Antico Testamento paragona questo imparare a camminare al percorso dell’Esodo.

Osea presenta una pedagogia di Dio che come un Padre ha insegnato a camminare ai suoi figli e proprio per questo, Lui ha preso per mano e dall’Egitto ha chiamato suo figlio perché imparasse a camminare e per condurlo alla terra promessa (Os 11,3-4): cammino di liberazione basato su questa fiducia in Colui che chiamava alla libertà. Un cammino difficile dove ci sono stati ripensamenti, tentazioni, rimpianti per avere lasciato una terra di tombe, di schiavitù, di morte, mentre il Signore accompagnava in questo cammino.

Anche noi che sentiamo nel cuore il fascino del peccato, dell’avidità, dell’ingiustizia per realizzare noi stessi con metodo sbrigativo, facile, piuttosto che fidarsi nel Signore, capiamo la fatica di questo cammino che il Signore ci propone, un cammino che è possibile perché da lì ci fidiamo di Colui che chiama.

È la voce del Signore che chiama e proprio per questo la riconosciamo, la voce di chi ci ama, di chi ha dato la vita per noi, è la voce del pastore che porta ai pascoli giusti.

Ma non basta la voce del Signore. C’è un altro aiuto che è lo Spirito che gonfia le vele, vento capace di trasportare. Non è la nostra forza a fare il cammino, ma la potenza del Signore: la forza dello Spirito che ci conduce al suono della voce del Figlio di Dio è capace di portarci a quel compimento. Sentiamo l’esigenza dell’invito del Signore e della potenza del Signore che è capace davvero di farci prendere il largo e farci progredire?

Nel Messaggio per la Quaresima Papa Francesco ha riconosciuto che la creazione sta aspettando che i figli di Dio si rivelino per quello che sono perché ne ha un beneficio tutta la creazione. Così il deserto fiorisce. La potenza dello Spirito fa questo attorno a noi.

«Quelli che vivono secondo la carne tendono verso ciò che è carnale, quelli che vivono secondo lo spirito tendono verso ciò che è spirituale. La carne tende alla morte mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace. Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio perché non si sottomette alla legge di Dio. Quelli che si lasciano dominare dalla legge non possono piacere a Dio» (Rm 8,5-8).

Capiamo molto bene dove vuole arrivare S. Paolo. Lasciarsi dominare da quella condizione che era di Adamo, per cui prendo io per me a qualsiasi prezzo perché ne sento il bisogno (qualunque sia la modalità), questa tensione la potremmo chiamare “la carne”. Questo non porta alla vita ma alla morte; non piace a Dio perché Dio vuole il bene, vuole la vita. Ma non c’è soltanto questa forza a tirare: c’è anche la forza del Signore.

“Voi non siete sotto il dominio della carne ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi”.

«Ora se Cristo è in voi e il corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustificazione e se lo Spirito di Dio abita in voi, colui che ha resuscitato Cristo dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali mediante lo Spirito che abita in voi» (Rm 8,10-11).

Noi abbiamo un’altra potenza che ci spinge verso la pace e la vita, che ci libera da altri desideri, portandoci verso quella condizione, verso quell’itinerario che ci spinge verso il principio. Non siamo consegnati solo alle nostre forze, siamo invece sostenuti dalla forza dello Spirito.

Siamo una vela che quando c’è lo Spirito, raggiunge velocità fortissime. Non viene meno l’invito e la potenza del Signore a camminare nella sua via. Sono le nostre vele che sono ammainate, raccolte. Il nostro percorso di liberazione è sostenuto dal Signore. La nostra felicità è richiamata da Lui. Noi abbiamo solo bisogno di assecondare il dominio dello Spirito.

«Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito che vi rende figli, per mezzo del quale gridiamo “Abbà, Padre!”. Lo stesso Spirito assieme al nostro spirito attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8,14-17).

Come ha fatto Gesù, così anche noi, perché incoraggiati da Lui abbiamo la potenza dello Spirito che ci libera dalle nostre paure, che ci rendono avidi e che ci vogliono portare a tendere autonomamente al nostro compimento, senza fiducia nell’altro, senza traguardi ulteriori.

Lasciamo che lo Spirito ci incoraggi e sospinga e scopriremo che abbiamo un Padre che ci attira. Abbiamo un compimento, una pienezza di cui sentiamo il bisogno, e che il Signore ci offre, se lo Spirito ci sospinge a vivere il dono di sé.

 

Don Stefano Culiersi,
moderatore della Zona Pastorale Fossolo

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