Lettera ai Fedeli

3 febbraio 2013 | pubblicato in: Spiritualità Francescana | commenti: Commenta questo articolo

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“Tutti coloro che amano…”

La Lettera ai Fedeli (1ª redazione) è una traccia che ha orientato la riflessione e l’operare lungo secoli di storia. Ed oggi, in un tempo in cui la mentalità comune è contro qualunque regola in nome della libera scelta, si impone più che mai la domanda: qual è il suo senso?

La mentalità corrente valorizza l’effimero: il tempo passa senza lasciare tracce nella vita, non ha valore. L’oggi è considerato più progredito di ieri perché viene dopo. Secondo il linguaggio sartriano il “baro”, che si pone sempre al di fuori delle regole, rappresenta l’esistente libero ed autonomo nell’ errare e sbandare da un’esperienza all’altra.

A chi è insoddisfatto di questo modo di vivere che approda al nichilismo che non cerca nessun senso o valore, la Lettera propone una traccia per uscire dall’effimero riscoprendo la preziosità del tempo per tracciare un progetto di vita nella conquista e nella ricerca dei valori tra i quali il primato spetta all’amore.

Francesco, mentre vagava smarrito per le strade di Assisi e piangeva perché l’amore non era amato, esprimeva e preannunciava il desiderio ed il programma di riaccendere nel cuore degli uomini l’amore.

Ecco perché la Lettera ai Fedeli designa i destinatari col nome dell’amore. Sono “tutti coloro che amano con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutta la loro forza”.

Ad essi Francesco dà un programma di vita che trasforma l’esistenza dandole la capacità di esprimere un amore senza misura, totale. È un programma di penitenza intesa nel suo profondo significato evangelico che consente la realizzazione in noi dell’essere immagine e similitudine di Cristo. È un itinerario di crescita dell’umano nell’uomo. È una ricerca dei valori.

La Lettera dà il primato all’amore, non è una precettistica. Guai se fosse intesa come un complesso privilegiato di pratiche speciali che darebbero origine a ghetti di sterile conformismo farisaico!

L’Amore di Dio domanda incessantemente una risposta d’amore. Ma “Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo « prima » di Dio, può come risposta spuntare l’amore anche in noi… Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l’amore non è mai « concluso » e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a se stesso. Idem velle atque idem nolle — volere la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa, è quanto gli antichi hanno riconosciuto come autentico contenuto dell’amore: il diventare l’uno simile all’altro, che conduce alla comunanza del volere e del pensare. La storia d’amore tra Dio e l’uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall’esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all’esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso. Allora cresce l’abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia (cfr Sal 73,23-28)”(Deus Caritas Est, n.17).

Le pratiche richieste dalla Lettera non sono che espressione di amore.

La penitenza per S. Francesco è finalizzata all’assunzione in noi dell’Amore, non è subita masochisticamente come una punizione del corpo o come disprezzo della soggettività. Essa viene finalizzata alla conversione del nostro spirito all’ordo amoris espresso da Cristo nella sua vita.

La conversione non è un episodio che si realizza una volta nella vita, ma è uno sforzo, una lotta, un rinnovamento continuo, una grazia come ci ricorda S. Francesco nel suo Testamento: “il Signore concesse a me, frate Francesco, d’incominciare così a fare penitenza” (FF 110).

“Non dobbiamo essere sapienti e prudenti secondo la carne” (FF 199). Infatti, come dice S. Paolo, abbiamo bisogno di una trasformazione spirituale poiché lo spirito della carne, che abita in noi, ci dà solo il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo (cfr. Rm 7,14-ss).

Ma dobbiamo avere la sapienza dello Spirito che invece “vuole che la carne sia mortificata e disprezzata, vile, abbietta, e ricerca l’umiltà e la pazienza, la pura e semplice e vera pace dello spirito; e sempre e soprattutto desidera il timore divino e la divina sapienza e il divino amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (FF 48).

 

“… ed odiano il proprio corpo con i suoi vizi e peccati”san-francesco-fedeli

L’odio è rivolto al corpo o ai suoi vizi e peccati?

Possiamo innanzitutto pensare che Esser scelga la seconda ipotesi, poiché, secondo la sua traduzione, coloro che fanno penitenza “hanno in odio se stessi con i loro vizi e peccati”.

Non possiamo certo pensare che S. Francesco sia stato influenzato dal movimento dei Catari o dei Flagellanti che consideravano peccaminoso tutto ciò che aveva a che fare con la materia.

Ma non si può nemmeno dire che sia stato immune dall’influenza platonica che non dà pari dignità all’anima ed al corpo considerato come una prigione. Leggiamo nelle biografie che egli si libera dal “carcere” (FF 473) del corpo per volare nel soggiorno dei beati. Così S. Chiara “arde e sospira nel desiderio di essere liberata da questo corpo di morte” (FF 3240).

Tuttavia è molto interessante l’interpretazione opposta a quella platonica che S. Francesco dà all’espressione biblica che vede nell’uomo l’immagine e similitudine di Dio. Recita infatti la 5a Ammonizione: “Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto Dio che ti creò e ti fece a immagine e similitudine del suo Figlio secondo il corpo, e a sua immagine secondo lo spirito” (FF 153).

Questa interpretazione è nettamente diversa da quella di stampo platonico che vede l’uomo creato ad immagine di Dio in quanto ha l’anima dotata di intelligenza e di volontà, mentre è a similitudine di Dio quando l’anima è in grazia. In questa visione il corpo è la prigione dell’anima che vuole evadere dalla vita concreta di tutti i giorni, dal quotidiano per rifugiarsi in un mondo ideale, nel disprezzo della materia.

Invece è suggestiva l’immagine francescana dell’anima che si rifugia nel corpo come il frate che vive nella sua cella lontano da discorsi frivoli o vani. “E se l’anima non vive serena e solitaria nella sua cella, ben poco giova al religioso una cella eretta da mano d’uomo” (FF 1636).

Corpo ed anima sono dunque grandi alleati che spendono tutte le loro energie e sensibilità a servizio dell’Amore (cfr. FF 270).

Dagli Scritti o nelle biografie si può dedurre anche che egli ha sempre grande cura per il corpo degli altri. Verso i suoi frati ha lo scrupolo di aver chiesto troppo ai loro corpi. Ce lo ricordano alcuni episodi di commovente delicatezza (FF 1545-46; 1549) nonostante le norme sul digiuno siano assai moderate in rapporto all’uso del tempo (FF 12; 84). E preso dallo scrupolo di aver chiesto troppo al suo corpo gli chiede perdono (FF 800).

Non può certo dimenticare che le sensazioni di dolcezza che il suo corpo gli ha fatto provare quando pronunciava le parole “Bambino di Betlemme o Gesù” (FF 470). “Questo nome era per lui dolce come un favo di miele in bocca” (FF 787).

Nella sua esperienza di penitente la dolcezza della sua anima è stata accompagnata dalla sensazione di dolcezza provata anche dal corpo (cfr. FF 110).

D’altra parte, ricordando il Vangelo, afferma che “ tutti i vizi e peccati escono e procedono dal cuore dell’uomo” e che i nemici che mandano in rovina l’anima sono: la “carne”, il “mondo” e il “diavolo”(FF 204).

In questo contesto che cosa significa la parola “carne” (σαρξ)?

Nel Nuovo Testamento troviamo valutazioni assai diverse della carne. Può significare: corpo umano, parentela e, soprattutto in S. Paolo, l’essere dell’uomo che possiede un’intenzionalità diretta contro Dio. Quest’ultimo significato è quello cui fa riferimento alla Lettera ai Fedeli che identifica i sapienti secondo la carne con “quelli che non fanno penitenza”.

Essi sono “ciechi perché non riconoscono la vera luce, il Signore nostro Gesù Cristo. Non possiedono la sapienza spirituale, poiché non possiedono il Figlio di Dio che è la vera sapienza del Padre, dei quali è scritto: la loro sapienza è stata divorata” (FF 178/4).

Essi “servono col corpo al mondo, ai desideri della carne ed alle sollecitudini del secolo ed agli affari di questa vita”. E per il loro corpo è “cosa dolce… commettere il peccato e cosa amara servire Dio” (FF 204).

Ma coloro che fanno penitenza odiano il corpo coi vizi e peccati, cioè il corpo quando è campo espressivo dello spirito della carne.

 

“… e ricevono il corpo ed il sangue del Signore nostro Gesù Cristo”

Il tema eucaristico si pone al centro della risposta di fede all’Amore di Dio.san-francesco-fedeli

Oltre alle numerose testimonianze descritte dalle biografie, è presente in quasi tutti gli Scritti.

Nella 2a Lettera ai Fedeli S. Francesco ci ricorda con veemenza che “nessuno può essere salvo se non per il sangue del Signore nostro Gesù Cristo e per il ministero della parola di Dio che i sacerdoti proclamano e annunciano e amministrano, ed essi soli debbono amministrare e non altri” (FF 194).

Queste parole sono un invito a superare il disappunto nei confronti degli abusi commessi da una parte del clero nei confronti dell’Eucaristia. Accadeva infatti che i fedeli si allontanassero dalla pietà eucaristica a causa di comportamenti irrispettosi: “non rinnovavano a tempo debito le ostie consacrate che brulicavano di vermi, lasciavano spesso cadere a terra il Corpo ed il Sangue del Signore e conservavano il Sacramento in stanze o in un albero del giardino, nelle visite ai malati appendevano la teca con l’eucaristia e andavano nelle bettole…” (K. Esser, Temi spirituali, Mi, Ed. Biblioteca Francescana, 1981, p.164).

Di fronte a tali abusi S. Francesco dice: “Dobbiamo… riverire i sacerdoti, non tanto per loro stessi, se sono peccatori, ma per il loro ufficio di ministri del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che essi consacrano sull’altare e ricevono e distribuiscono agli altri” (FF 193).

“E questi e tutti voglio temere, amare e onorare come miei signori, e non voglio in loro considerare il peccato, poiché in essi vedo il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dell’altissimo Figlio di Dio, nient’altro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri. E questi santissimi misteri sopra ogni cosa voglio che siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi” (FF 113-114).

Nella 2a Lettera ai Fedeli S Francesco si preoccupa anche delle disposizioni interiori: “chi indegnamente lo riceve mangia e beve la sua condanna, non riconoscendo il corpo del Signore, cioè non distinguendolo dagli altri cibi” (FF 189).

Questo pensiero di ammonimento, che è ripreso nella 1a Ammonizione, contiene una polemica anticatara. Insiste sulla presenza reale del corpo di Cristo sotto le specie eucaristiche contro le idee docetiste dei Catari che ritenevano tale presenza solo apparente in quanto la materia non può contenere la divinità.

Occorrono gli “occhi della fede” per credere “che il suo santissimo corpo e sangue sono vivi e veri” (FF 144) così come accadde agli apostoli che videro Gesù in carne ed ossa, e credettero che egli era Dio.

Per S. Francesco l’Eucaristia era al centro della sua esistenza. “Ardeva di amore in tutte le fibre del suo essere, verso il sacramento del corpo del Signore, preso da stupore oltre ogni misura per tanta benevola degnazione e generosissima carità” (FF 789).

Amava l’amore e desiderava viverlo in se stesso.

Era rapito dall’ardente e dolce forza dell’amore che si manifestava in modo sommo nel sacrificio eucaristico.

Nella 2a Lettera ai Fedeli il tema eucaristico è introdotto da quello della povertà del Verbo Incarnato che “essendo ricco più di ogni altra cosa, volle tuttavia scegliere… la povertà” (FF 182) (cfr FF 4) e così facendo ci ha rivelato che occorre rinnegare se stessi per poter amare.

La 2a Lettera ai Fedeli prosegue presentandoci l’istituzione dell’Eucaristia che è la massima espressione dell’amore di Dio per l’uomo, ma soprattutto è l’esempio che Cristo ci ha lasciato “perché ne seguiamo le orme” (FF 184).

Per seguire questo sacrificio anche l’uomo dovrà farsi povero, cioè rinnegare se stesso.

Compiendo le azioni esemplari di Cristo l’uomo si trasformerà e sarà capace di portare, attraversare e superare il male con la forza della carità che è in lui.

“Solo attraverso la rinuncia e lo spogliamento, attraverso la povertà, si crea nell’uomo quel vuoto che la carità divina potrà colmare a suo piacimento” (K. Esser, ibidem, p.49).

S. Francesco, nella 6a Ammonizione, pone in risalto l’importanza dell’imitazione del Signore dicendo: “le pecore del Signore lo seguirono nella tribolazione e nella persecuzione e nell’ignominia, nella fame e nella sete, nell’infermità e nella tentazione e in altre simili cose e ne ricevettero dal Signore la vita eterna” ( FF 155).

L’azione che rivela in modo sommo l’amore è il sacrificio sull’altare della croce. Anch’essa è per noi “l’esempio perché ne seguiamo le orme” (FF184).

S. Francesco “essendo colmo di reverenza per questo venerando sacramento, offriva il sacrificio di tutte le sue membra, e, quando riceveva l’agnello immolato, immolava lo spirito in quel fuoco, che ardeva sempre sull’altare del suo cuore” (FF 789).

La vita di penitenza, quale scaturisce dalla partecipazione al sacrificio eucaristico, è dunque, nel medesimo tempo, preparazione e frutto, opera di Dio e azione dell’uomo, fuse in un unico tutto. È una risposta dell’amore riconoscente all’Amore che Dio ci dona in Cristo Gesù” (K. Esser, ibidem, 1981, p.46).

 

“… quanto mai sono beati e benedetti questi e queste”
san-francesco-fedeliLa penitenza è generalmente vista, anche in ambito cristiano, come qualcosa di medioevale o ancora più antico (gli Stoici invitavano a sostenere le avversità e ad astenersi dalle gioie: “sustine et abstine”) o legato ad una visione negativa del corpo.

Comunque, anche accettandola, la si collega alla tristezza o all’infelicità almeno su questa terra.

Ma ecco il paradosso francescano: “quanto mai sono felici (laeti) questi e queste facendo tali cose”, cioè facendo penitenza. Essa consente di essere dimora dello Spirito, di chiamare Dio padre e Cristo fratello e figlio e sposo.

La grandezza dell’uomo e la sua realizzazione è espressa dagli aggettivi elencati in un crescendo di approfondimento: “o come è cosa gloriosa… santa… amabile…”. Questi aggettivi esaltano la bellezza di un’interiorità rappacificata e armonizzata in se stessa dal suo rapporto col Signore. Esprimono una pienezza di senso nella vita che solo la presenza dell’amore incarnato secondo il modello proposto da Cristo, può dare. Rimandano alla gioia di S. Francesco che in essi racconta la sua esperienza.

Come altrimenti avrebbe potuto esprimerli con tanto vigore se non fosse stato coinvolto nelle fibre più nascoste del suo essere?

La Lettera ai Fedeli indica nella penitenza la via per realizzare la letizia, prospetta un cammino soleggiato di vita vissuta nell’amore che non si aspetta di essere ricambiato (cfr FF 278) perché l’amore è dono che si nutre del suo donarsi.

 

“… e sono sposi del nostro Signore Gesù Cristo”

S. Francesco nel cantare la sua felicità per la pienezza di vita a cui il Signore lo ha chiamato, indica, a coloro che voglionosan-francesco-fedeli raggiungere la perfezione della vita cristiana attraverso la penitenza, la modalità del rapporto con Cristo: è un legame familiare multiplo che sarebbe impensabile nell’ordine naturale delle cose.

Nel linguaggio della materia non ci possono essere invasioni di campo delle varie realtà che sono sempre parziali e limitate (per esempio il fratello non è sposo, non è madre). Invece nel linguaggio dello spirito una realtà è nell’altra per un arricchimento reciproco (lo sposo è insieme fratello, figlio, padre).

Contrariamente all’“impenitente” che si rapporta solo ai suoi famigliari a cui si affida totalmente, coloro che fanno penitenza sono i famigliari di Cristo. Vengono in mente le parole evangeliche che invitano ad amare Gesù più di quanto si amino i propri parenti (cfr Lc 14,26, La Bibbia di Gerusalemme, edizione 2009).

La sponsalità con Cristo pone l’accento sulla profondissima comunione, anche se il binomio io-Tu, quando si riferisce alla sponsalità mistica con Cristo, non è fondato sulla reciprocità, come invece accade nella sponsalità terrena. Nella sponsalità mistica permane un’asimmetria che non sfocia nella reciprocità propria di chi è allo stesso livello. Cristo è sempre quella sorgente che ci dà la vita, ma non trae da noi la vita.

All’inizio del suo cammino di conversione aveva chiesto al suo Signore: “Chi se’ Tu o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo?” e poi, in seguito a questo incontro, affermò: “mi erano mostrati all’anima mia due lumi, l’uno della notizia e conoscimento di me medesimo, l’altro della notizia e conoscimento del Creatore” (FF 1916).

S. Francesco avverte la comunione col Tu che gli dà forza, che gli offre tutte le sue risorse per trovare un senso unificante e per non frammentarsi, che gli consente di comprendersi attraverso l’incontro e non attraverso il ripiegamento su se stesso.

Oggi più che mai l’uomo post-moderno ha bisogno di uscire da sé per trovare un senso che unifichi le sue esperienze molto spesso disarmoniche in quanto affettività e razionalità sono spesso separate l’una dall’altra. Invece egli è ripiegato sulla propria autodeterminazione e cerca di vivere esperienze che gli facciano provare forti emozioni, mentre riserva la razionalità ad ambiti scientifici o tecnici.

La fragilità costitutiva dell’essere umano frammentato si può ricomporre in unità e pienezza di senso solo nella ricerca sempre in atto di quel Tu da cui proviene la vita.

 

“… e sono fratelli del nostro Signore Gesù Cristo”

Nella 2a Ammonizione il peccato originale è identificato con la disobbedienza al Signore appropriandosi della propria san-francesco-fedelivolontà (cfr FF 146).

Ma “come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5,19). Queste parole di S. Paolo ci fanno comprendere che come il peccato di Adamo è identificabile con la separazione della sua volontà da quella di Dio, così la redenzione operata da Cristo si fonda sulla remissione della sua volontà alla volontà del Padre.

“Peccando, l’uomo aveva separato la sua volontà da quella di Dio. Cristo ha capovolto la situazione perché rimise la sua volontà alla volontà del Padre, secondo l’incisiva parola di Francesco. Il frutto della redenzione opera nell’uomo in misura della sua partecipazione all’obbedienza di Cristo” (K. Esser, ibidem, p.111).

S. Francesco volle partecipare alla santa obbedienza di Cristo. La prese come norma di vita e divenne così suo fratello, poiché, come dice la Lettera ai Fedeli: “gli siamo fratelli quando facciamo la volontà del Padre”.

L’amore di S. Francesco per la santa obbedienza era appassionato perché ne conosceva la forza redentrice.

Infatti il senso della santa obbedienza è quello di confondere le volontà carnali e di mortificare il corpo assoggettandolo allo Spirito e a tutti gli uomini e agli animali in quanto sarà loro permesso dal Signore (cfr FF 258).

Era persuaso che il disobbediente rimanesse fuori dalla redenzione in quanto schiavo della sua volontà e dei suoi capricci (cfr FF 620).

L’obbedienza aiuta l’uomo a liberarsi dalla schiavitù dell’io, che lo ferma nel cerchio ristretto della propria volontà… Nell’obbedienza si realizza dunque il salvifico «rinnegamento di sé» con cui l’uomo appartiene di nuovo e pienamente a Dio, diviene sua proprietà, perché vuol vivere «sine proprio» anche nell’ambito della propria volontà (cfr FF 148). Tutto ciò si realizza nella sottomissione allo Spirito del Signore, nell’imitazione dell’obbedienza di Cristo. Per questo «dobbiamo rinnegare noi stessi e sottoporre il nostro corpo (cioè la nostra volontà egocentrica) al giogo della servitù della santa obbedienza, come ognuno ha promesso al Signore (FF 196)»” (K. Esser, ibidem, p.112).

Così intesa l’obbedienza è strettamente legata alla povertà che nello spirito francescano è intesa in senso molto ampio: è anche lo spogliamento della propria volontà per lasciar posto alla volontà divina che sola deve riempire l’uomo. Ecco allora che Dio potrà operare liberamente e l’uomo “scoprirà in sé una forza superiore alle possibilità umane. Più l’uomo si mette a disposizione di Dio, con purezza e incondizionatamente, e più Dio realizzerà in lui la sua onnipotenza… In questo vincolo si stabilisce una perfetta armonia tra due volontà, che difende l’amore che unisce l’uomo a Dio, come Francesco canta brevemente, ma in modo incomparabile: O Signora santa Carità, il Signore ti salvi con tua sorella la santa obbedienza” (K. Esser, ibidem, p.117).

L’amore di S. Francesco per la santa obbedienza caritativa era appassionato perché la considerava il fondamento di ogni vera comunità cristiana che può essere costruita solo attraverso l’amore consistente nell’aiutare l’altro ad essere se stesso anche a costo di mettersi da parte come un espropriato, come un povero.

Preferiva essere suddito che superiore perché considerava pericoloso l’ufficio del superiore in quanto offre l’occasione di cadere e di perdersi (cfr FF 729).

Considera “maledetti” (FF 21) od “omicidi” (FF 151) i disobbedienti e diviene inesorabilmente severo perché distruggono le comunità.

Esigeva la santa obbedienza non solo nei rapporti tra superiori e sudditi, ma tra i frati: “nessun frate faccia del male o dica del male a un altro; anzi per carità di spirito volentieri servano e si obbediscano vicendevolmente” (FF 20).

“Perciò il Santo educava i frati a non aspettare sempre il comando o la parola per agire. Appena un segno qualsiasi gli ha mostrato il desiderio dell’altro l’obbediente deve affrettarsi ad eseguirlo. Solo questa è la vera e perfetta obbedienza, come Cristo ce l’ha presentata” (K. Esser, ibidem, p.110).

 

“… e sono madri del nostro Signore Gesù Cristo”

La maternità nei confronti di Cristo richiama la necessità di accogliere la Parola nel nostro corpo, cioè di metterla in san-francesco-fedelipratica. Attraverso questo tipo di atti ci facciamo dimora della Parola e cresce in noi la sua conoscenza. Siamo trasformati e resi capaci di testimoniarla al mondo con le nostre opere sante che illuminano gli altri.

A questo proposito è interessante osservare che il metodo di S. Francesco nell’accostarsi alle Scritture non segue l’orientamento del suo tempo che utilizza gli autori greci e latini dell’epoca classica per interpretare il testo biblico. Per esempio la scuola di Chartres, S. Agostino, S. Girolamo… hanno un’impostazione platonica che non dà pari dignità alle due componenti dell’uomo e che impoverisce l’opposizione semitica paolina tra carne e spirito riducendola ad antagonismo tra corpo ed anima.

S. Francesco non è stato influenzato dalle scuole di pensiero del suo tempo, poiché non ha avuto un’istruzione clericale, ma si è accostato ed ha accolto le Scritture in un modo totalmente singolare. Non ha interpretato la Parola attraverso categorie umane, non ha chiuso Dio nel ditale della sua mente, ma ha invertito il percorso lasciando che sia Dio stesso a parlare di sé attraverso “l’affetto dell’amante. Leggeva, di tanto in tanto, i libri sacri e riteneva tenacemente impresso nella memoria quanto aveva una volta assimilato: giacché ruminava continuamente con affettuosa devozione ciò che aveva ascoltato con mente attenta” (FF 1187).

Quando gli chiesero se aveva piacere che le persone istruite, entrate nell’Ordine, si applicassero allo studio della Scrittura, rispose di sì purché studiassero non tanto per “sapere come devono parlare, quanto per mettere in pratica le cose apprese, e, solo quando le hanno messe in pratica, le propongano agli altri” (FF 1188). Voleva infatti che progredissero “nella conoscenza della verità, in modo tale da crescere contemporaneamente nella purezza della semplicità”.

L’accoglienza della Parola richiede il filtro dell’esperienza. Si tratta di dare concretezza e di calare nel tempo ciò che altrimenti sarebbe parola vuota del calore gioioso di una vita conformata al modello Cristo.

Ai frati S. Francesco dice: “Tutti i frati predichino con le loro opere” (FF 46), “E ciascuno rimanga in quel mestiere ed in quella professione cui fu chiamato” (FF 24).

Ai fedeli laici dice di essere “madri del Signore nostro Gesù Cristo” portandolo nel cuore e nel corpo “per virtù dell’amor di Dio e di pura e sincera coscienza” (FF 178/2).

Tutti gli uomini devono accogliere la Parola vivendola nell’esperienza quotidiana prima di porgerla agli altri. La testimonianza non è solo un’attività esterna, ma si fonda sull’intera esistenza cristiana che deve illuminare con l’esempio.

In questo modo non c’è spaccatura tra chierici e laici, neanche all’interno del 1o Ordine. Anzi perfino il frate che non ha il compito di generare figli nella Chiesa, ne ha dati alla luce moltissimi come “la sterile” (FF 749), mentre il predicatore che ha molti figli corre il rischio di comparire sterile perché “in essi non c’è niente di suo”.

Inoltre tutti i fedeli hanno il compito materno di partorire Cristo attraverso “le opere sante che debbono illuminare gli altri con l’esempio” (FF 178/2). Così come aveva fatto S. Francesco stesso che partoriva ogni giorno Cristo (cfr. FF 1134) o come S. Chiara che, insieme alle sue consorelle, si poneva come “esempio e specchio” (FF 2829) per tutti.

 

 

 

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