La cultura moderna, che ha favorito l’individualismo e l’autosufficienza, è per larga parte fondata sulla scommessa che l’uomo sarà tanto più se stesso quanto più reciderà i legami che lo tengono ancorato alle proprie appartenenze. In questa cultura la fraternità non può essere che un’idea astratta, irrealizzabile concretamente.

Invece la consapevolezza che qualcuno (Dio, i nostri genitori, le persone incontrate nella nostra vita…) abbia reso possibile la nostra vita, la nostra crescita… e che quindi siamo in debito con l’altro in termini relazionali, è il fondamento per la cultura del dono.

La fraternità si realizza concretamente quando si vive nella cultura del dono che è espressione di un bisogno esistenziale per e con l’altro.

Per questo occorre riconquistare una nuova dimensione antropologica frutto di conversione al bisogno di relazionalità, di legame per una realizzazione reciproca.

 

Per convertirci alla possibilità concreta di realizzare la fraternità seguiamo l’azione esemplare di S. Francesco che sisan-francesco-grazia convertì seguendo l’azione esemplare di Cristo.

Prima della conversione il Santo era sempre stato altruista e generoso con i poveri e con i lebbrosi.

Si narra che “sebbene la compassione lo stimolasse a fare l’elemosina per mezzo di qualche altra persona, lui voltava però sempre la faccia dall’altra parte e si turava le narici . Ma per grazia di Dio diventò compagno ed amico dei lebbrosi” (FF 1408). In altre parole li pose sul suo stesso piano, mentre prima faceva l’elemosina per dovere o per altruismo, cioè ponendosi su un piano diverso. Interpretava male la legge di Dio, perché non le dava il suo compimento che è l’amore.

L’incontro col lebbroso non fu l’atto eroico di chi mantiene le distanze dispensando il proprio altruismo o concedendo la propria attenzione, ma dimenticando che nelle opere del cristiano deve risplendere la gloria di Dio e non la propria.

L’incontro col lebbroso non fu neppure il frutto di un’ascesi che si mortifica con l’orrore e nell’orrore.

In un episodio raccontato da un frate che “ha visto quella scena e ne rende testimonianza” (FF 1569) si sottolinea quale tipo di rapporto avesse Francesco coi lebbrosi: un giorno incontrò presso la Porziuncola frate Giacomo in compagnia di un lebbroso, ma rimproverò il frate di averlo condotto là dove non era conveniente che stesse. Non aveva ancora finito di parlare che subito si pentì di quello che aveva detto in quanto aveva contristato il lebbroso. Per penitenza volle mangiare nel suo stesso piatto.

Ciò di cui Francesco si vergogna e perciò vuole fare penitenza, è “l’aver dato al lebbroso il senso di essere meno che uomo. Ciò poteva essere superato soltanto dal rendergli la sua umana dignità, collocandosi su di un identico piano, nell’unico modo possibile in quella circostanza: mangiando insieme” (R.Manselli, Nos qui cum eo fuimus, Roma 1980, p.219).

fraternità

Nel Testamento S. Francesco qualifica il suo agire nei confronti del lebbroso con la misericordia. Ed è questa la parola
chiave per poter parlare di realizzazione reciproca nell’incontro col fratello.

Noi spesso le diamo una valutazione soltanto esteriore confondendola con l’altruismo, poiché avvertiamo in essa soprattutto un rapporto di diseguaglianza tra colui che la offre e colui che la riceve. Ma in questo modo si offende la dignità dell’uomo.

Invece, come afferma Giovanni Paolo II, la relazione di misericordia si fonda sulla comune esperienza (sia di chi offre sia di chi riceve) di quel bene che è l’uomo. “Il significato vero e proprio della misericordia non consiste soltanto nello sguardo, fosse pure il più penetrante e compassionevole, rivolto verso il male morale, fisico o materiale: la misericordia si manifesta nel suo aspetto vero e proprio, quando rivaluta, promuove e trae il bene da tutte le forme di male, esistenti nel mondo e nell’uomo”(Dives in Misericordia, n.6).