Crisi e libertà

24 aprile 2015 | pubblicato in: In ascolto | commenti: Commenta questo articolo

 

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                                                    CRISI E LIBERTA’

 

L’uomo non può fare a meno della libertà di muoversi, di pensare, di parlare, di agire, di emozionarsi, di esprimere i suoi sentimenti. La libertà è la condizione essenziale per realizzare i propri desideri e dare un senso alla propria vita, ma forse non c’è cosa più fragile della libertà. A volte perdiamo il significato di questa parola o scopriamo di averla male interpretata, di aver scambiato per libertà qualcosa che invece è una prigione. Che cos’è dunque la libertà soprattutto al giorno d’oggi, in quest’occidente segnato dalla crisi? La crisi ci costringe a confrontarci con le necessità e le speranze delle persone. La crisi ci ricorda che lasciarsi andare al desiderio sfrenato di avere beni e possibilità oltre la giusta misura del necessario non ci ha reso più forti, più felici, più liberi. Il paradosso della libertà è che non può sussistere senza darsi dei limiti. Nessuna crisi è auspicabile perché provoca devastazione e colpisce soprattutto i più deboli. Ma forse il limite posto dalla crisi contiene un insegnamento per tutti, il germe di una nuova educazione alla libertà .

 

GIANFRANCO RAVASI
È curioso notare che il nostro termine latino “libertas” ha alla base un nucleo minimo fondante, una radicale, che è di tipo indo-europeo e che significa letteralmente “allattare”. Quindi la libertà, come la beatitudine, la felicità, è una categoria feconda, positiva.
Però c’è un’ambiguità di fondo. Molto spesso si è contrabbandata per libertà la categoria dell’arbitrio, per esempio il libertinismo.
Il significato autentico della libertà, sviluppato anche dalla grande cultura laica, non è la negazione di qualsiasi vincolo, ma la creatività nella quale la persona riesce ad esprimersi.
È folgorante l’espressione di Dostoevskji: “Tu dai la libertà all’uomo debole, incapace, stupido. Lui fa come il cane quando gli getti un ramo; corre ad afferrarlo e poi te lo riporta”. Le dittature sanno bene che bisogna tenere le persone in un’illusoria libertà, perché te la riportano subito, come schiavi. Per questo la libertà è la riscoperta dei grandi contenuti dell’essere e dell’esistere. È costruire un senso.
La crisi è l’aver perso ormai qualsiasi grande progettualità, qualsiasi grande ricerca di senso. Si possono allora fare tutte le scelte in maniera inconsistente, vivendo in una sorta di nebbia in cui non ci sono più punti di riferimento.
Però la crisi può essere anche la grande occasione del deserto per reagire e non lasciarsi andare. In questo momento si intravede la possibilità di una rinascita.

 

La libertà è una grande conquista storica. Siamo figli di una lunga vicenda che dura da secoli se non da millenni. La popolazione adesso ha accesso a quelle che i nostri padri, morti per la libertà, avevano considerato come le condizioni di accesso al benessere economico, ai diritti di cittadinanza politica, al pluralismo culturale.

 

MAURO MAGATTI
Nella prima stagione storica in cui il 90 % della popolazione ha avuto accesso alla libertà, è uscita un’idea che io chiamo “adolescenziale”. Così si è pensato che essere liberi volesse dire andare incontro senza remore e senza vincoli, senza resistenze ad opportunità che abbiamo immaginato sempre crescenti e illimitate. Quando l’adolescente ha tra le mani questa libertà si sente padrone del mondo, tutto gira intorno a lui. E alla fine sbatte da qualche parte. Diventare adulto è prendere atto che la nostra libertà è preziosa e che intorno a noi c’è qualcos’altro oltre noi stessi. Questo non è ridurre la libertà, ma farla crescere, maturare fino ad essere un po’ più consapevoli di sé. Parole come “limite” o come “legame” sono state vissute con insofferenza in questi decenni come se il limite fosse un problema. Invece il limite non impedi-sce la libertà, ma spinge la nostra libertà a porsi in rapporto a qualcos’altro oltre a se stessa. Il ciclo storico che si conclude con la crisi del 2008, dentro cui ancora siamo, si apre coll’istanza di libertà che ruota attorno al ’68. Milioni di persone raggiungono la libertà e si afferma una forte istanza di soggettività. La crisi attuale ci sta dicendo che quel modello di libertà non è sbagliato, ma è riduttivo, primordiale, troppo banale.

 

La libertà non è qualcosa di scontato. Ci interroga sul nostro modo di vivere, sulla persona che vogliamo diventare. Il monito di Rousseau secondo cui l’uomo è nato libero, eppure giace ovunque in catene, sembra acquistare un nuovo senso anche nella civiltà del terzo millennio. Oggi nuove catene possono imprigionare l’uomo che vive l’era delle tecnologie, delle possibilità infinite. La tecnologia governa le nostre vite, accorcia distanze, fornisce un flusso ininterrotto di informazioni, alimenta connessioni e collegamenti senza limiti. È l’universo delle possibilità e delle libertà. Ma queste libertà sono davvero tali? La tecnologia ci fa sentire più potenti e più liberi, perché promette sempre nuovi miglioramenti e soprattutto ci offre sempre la possibilità di ricominciare continuamente da capo. La tecnologia risponde ai desideri fondamentali dell’uomo: conoscere, fare amicizia, creare cose nuove, essere liberi di scegliere come realizzare la propria vita. Ma senza una riflessione attenta, si rischia di perdere il senso di questa libertà. Abbiamo alienato la nostra capacità interiore o la nostra intelligenza a qualcosa di esterno a noi, che ci permette di diventare potentissimi. Però il problema è che non dipende più da noi. Questa società tecnologica crea sempre maggiore dipendenza. Non è vero che siamo diventati più materialisti. Siamo diventati più feticisti. Oggi si celebra la santa festa allo shopping center.

 

UMBERTO GALIMBERTI
Se compro un magnifico suv e penso che allarghi la mia identità, la mia libertà, in realtà allargo la mia nevrosi, la mia ostentazione, la mia esibizione, la mia volontà di potenza. Bisogna liberarsi da tutte le offerte del mondo che mi costruiscono un’identità esteriore fatta di visibilità e non un’identità interiore in cui io conosco me stesso e sviluppo le mie capacità, le mie virtù. Se riproduco la mia libertà solo nell’esteriorità e corro dietro a tutte le cose del mondo per apparire, allora chi è il mio essere? Uno sconosciuto a me stesso! Lasciate che i vostri figli si annoino perché nella noia nasce l’immaginazione, la fantasia, la ricerca. Ma se il bambino viene saturato di giochi prima ancora di averli desiderati, viene distrutto il suo desiderio e con esso la voglia di vivere. Le cose non compensano mai. Il pieno uccide la persona, il suo sviluppo, la conoscenza di sé. È il vuoto che ci fa conoscere, ci fa immaginare. L’immaginazione è figlia della povertà, come l’amore.

 

(Dalla trasmissione di Rai 5: “Il cortile dei gentili”, a cura di Graziella Baldo)

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