Discepoli dell’amore

19 agosto 2019 | pubblicato in: Spiritualità Francescana | commenti: Commenta questo articolo

 

 

Nuova evangelizzazione e Battesimo

img227L’Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium” mette in risalto che la nuova evangelizzazione, richiesta dai segni dei tempi, “chiama tutti” (EG 14), poiché in virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio deve considerarsi un missionario. “Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati” (EG 120).

 

Santità e missione

Se la grazia del Battesimo è lasciata fruttificare, nelle occupazioni ordinarie di ogni giorno possiamo morire e risorgere continuamente con Cristo. In modo unico e personale ci santifichiamo morendo a noi stessi ed essendo rigenerati a vita nuova dalla potenza dello Spirito. “La santità è vivere in unione con Lui” (GE 20), modellare la nostra vita sulla sua cercando quello che Lui cerca, amando quello che Lui ama attraverso piccoli gesti o azioni che ci fanno partecipare alla vita di Dio. Inoltre l’Esortazione Apostolica “Gaudete et Exultate” sottolinea che i santi possono stimolare gli altri a non fermarsi lungo la strada della conversione che essi stessi percorrono e a “crescere verso quel progetto unico e irripetibile che Dio ha voluto per tutti” (GE 13). I santi non sono solo discepoli dell’amore, ma hanno anche “la disposizione permanente di portare agli altri l’amore di Dio” (EG 127), poiché l’amore è fecondo. Usando un’immagine suggestiva, che esprime l’importanza di aver fatto realmente l’esperienza dell’amore di Dio per poter esercitare la missionarietà, S. Bonaventura dice: “L’agricoltore che si affatica deve essere il primo a cogliere i frutti della terra; così il predicatore deve prima essere ricolmato e pieno di sapore in se stesso, e dopo proponga il nutrimento agli altri. Ma vi sono molti che vogliono sembrare profeti ed essere ascoltati come profeti; e il loro pane o il loro cibo è insipido e malcotto e freddo; e illudono il popolo e hanno poco profitto” (S. Bonaventura, La sapienza cristiana. Le Collationes in hexaemeron, Jaca Book, 1985, p. 233). Un vero incontro con Cristo ci fa fare esperienza reale dell’amore di Dio e ci rende missionari nel manifestare al mondo che “la vita non è la stessa senza di Lui” (EG 121). Pensiamo alla samaritana che “non appena terminato il suo dialogo con Gesù divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù per la parola della donna” (EG 120). “La santità è slancio evangelizzatore che lascia un segno in questo mondo. Perché ciò sia possibile è Gesù stesso che ci viene incontro e ci ripete con serenità e fermezza: «Non abbiate paura». «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo»” (GE 129).

 

Studio e devozione

Se c’è una forma di predicazione o evangelizzazione informale che compete a tutti, possiamo concludere che lo studio della teologia è inutile o addirittura dannoso? Lo è se non è sostenuto dal desiderio di farlo diventare un incontro con l’amore di Dio che si esprime in un linguaggio talvolta difficile da comprendere. Anche lo studio della Parola ci può far diventare discepoli dell’amore, purché sia condotto con devozione. Per questo motivo S. Francesco si rivolge a S. Antonio con queste parole: “Ho piacere che tu insegni la sacra teologia ai frati, purché in tale occupazione, tu non estingua lo spirito della santa orazione e devozione, come è scritto nella Regola” (FF 252). S. Bonaventura porta al linguaggio questa sollecitazione attraverso il simbolismo delle vespe e delle api. Egli osserva che nella Chiesa esistono uomini che sono “incapaci di lode e privi di devozione sebbene abbiano lo splendore della scienza… Essi costruiscono, come le vespe, favi senza miele” (S. Bonaventura, ibidem, p. 45). Possiedono “lo spirito di presunzione e di curiosità, in quanto il presuntuoso non magnifica Dio, ma loda se stesso; e il curioso non ha devozione”. Per vanità si dilettano nello studio della Scrittura e desiderano solo “sapere di che cosa e come parlare” (S. Bonaventura, ibidem, p. 245), ma, così facendo, rimangono interiormente vuoti. Ad essi si oppongono coloro che, studiando nella devozione e nella lode a Dio, come le api costruiscono favi pieni di miele con i quali nutrono se stessi e gli altri. Nella VII Ammonizione S. Francesco, riecheggiando la 2° Lettera ai Corinzi, sostiene che la capacità di essere “ministri di una Nuova Alleanza” (2 Cor 3,6) non viene da sé, ma dall’essere stati “vivificati dallo spirito della divina Scrittura” (FF 156), divenendo così discepoli trasparenti che, “con la parola e con l’esempio”, restituiscono all’Altissimo “ogni cosa che sanno e desiderano sapere”.

 

Discepoli-missionari

Concludendo, sia nello studio sia nella vita di tutti i giorni, la missionarietà si fonda sulla partecipazione alla vita di Dio, che ci rende suoi discepoli. “Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo «discepoli» e «missionari», ma che siamo sempre «discepoli-missionari»” (EG 120). “Il vero missionario, che non smette mai di essere discepolo, sa che Gesù cammina con lui, parla con lui, respira con lui, lavora con lui. Sente Gesù vivo insieme con lui nel mezzo dell’impegno missionario. Se uno non lo scopre presente nel cuore stesso dell’impresa missionaria, presto perde l’entusiasmo e smette di essere sicuro di ciò che trasmette, gli manca la forza e la passione. E una persona che non è convinta, entusiasta, sicura, innamorata, non convince nessuno. Uniti a Gesù cerchiamo quello che Lui cerca, amiamo quello che Lui ama” (EG 266-267).

Graziella Baldo

 

 

 

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