Il tempo, casa di Dio

10 maggio 2015 | pubblicato in: In ascolto | commenti: Commenta questo articolo

 

Premessa

La teofania, cioè l’ingresso di Dio nella relazione con l’umanità, nelle religioni privilegia sostanzialmente, anche se non esclusivamente, lo spazio, il tempo spaziale. Invece l’elemento primario nella religione ebraico-cristiana è l’aver collocato la teofania soprattutto nel tempo.

Nella visione biblica un filo conduttore costante è il tentativo di intrecciare tempo ed eterno, proprio perché il tempo è il grembo in cui Dio si rende presente. Quindi è costante la discussione sull’equilibrio tra il tempo e l’eterno, in modo tale che il tempo abbia a conservare la sua consistenza e non sia assorbito dall’eterno, e l’eterno non insorga in maniera potente in modo da secolarizzarsi e cancellare qualsiasi scintilla di trascendenza e di eternità.

 

La presenza di Dio nel tempo

Una pagina di capitale importanza dell’Antico Testamento è il secondo libro di Samuele (2 Sam, 7) in cui Davide vuol far diventare religiosa la capitale politica e vuole costruire un tempio, una “bàit” a Dio.

Al profeta di corte, Natan, che aveva dato un’iniziale approvazione a questo progetto, Dio dice di riferire a Davide che sarà Lui a costruire una casa a Davide e non il contrario, e in essa sarà presente. Nel primo caso “bàit” indica il casato, la dinastia; nel secondo indica la casa, il tempio.

Questa pagina di Samuele diventa messianica perché Dio sceglie di essere presente nella sequenza spesso fragile, drammatica, misera della discendenza davidica. Quindi abbiamo l’intreccio tra l’eterno, il divino e il tempo che è luogo privilegiato, casa di Dio vera, amata da Dio.

 

Il credo di Israele

Un celebre esegeta del secolo scorso, Gerard Von Raad, era convinto che ci fossero pagine strutturali anche per la rivelazione dell’Antico Testamento. Tra queste prevalgono: Dt 26, 5-9; Giosuè, 24,1-14; Sl 136. In questi testi troviamo la rappresentazione tipica della struttura di fondo della religione biblica, cioè l’essere una religione storica: “Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto…” (Dt 26, 5). L’epifania di Dio è in eventi che incrociano l’esistenza umana.

Se da un lato Dio si manifesta nel succedersi storico degli eventi, dall’altro lato occorre sottolineare che la profezia ha la funzione di squarciare l’involucro degli eventi e fare scoprire al loro interno la teofania, l’azione di Dio, l’eterno. Perciò questi eventi sono permanenti e non solo memoria del passato: l’esodo, avvenuto nel XIII secolo a.C., è anche una realtà che si ripercuote sempre. Perciò secondo la tradizione rabbinica, noi tutti dobbiamo dichiararci figli dell’esodo, della liberazione dall’Egitto, in quanto ogni volta che noi siamo oppressi, Dio ci libera.

La religione biblica è storica e, come tale, suppone l’unione tra l’umano e il divino che vanno sempre insieme: noi caduchi, limitati, temporanei e Dio eterno, assoluto, infinito.

 

Kairòs e crònos

Il crònos, presente nel Nuovo (54 volte) e nell’Antico (85 volte) Testamento, non è solo la misurazione temporale, la cronologia, l’orologio che cerca di scandire oggettivamente una ravasi1realtà. Il crònos rappresenta soprattutto una realtà che ci interessa perché è soggettiva: un’ora passata con l’innamorato trascorre più velocemente di un’ora passata ad ascoltare una conferenza noiosa. Per questo motivo il crònos nell’Antico e nel Nuovo Testamento ha la rappresentazione dello statuto esistenziale umano: “Rivelami, Signore, la mia fine; quale sia la misura dei miei giorni e saprò quanto sono effimero” (Sl 39).

Giobbe per indicare il crònos usa l’immagine della spola, con la Parca che taglia il filo. Usa l’immagine del fiume che scorre. Il tempo scivola come barche di papiro; è un’aquila che piomba sulla preda. Crònos diventa un sinonimo dell’esistere, come nel poeta Borges: “Il tempo è il fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è la tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è il fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco.

Invece il kairòs è il tempo concepito con la presenza del divino. Lo si trova anche nel Nuovo Testamento. La prima predica di Gesù dice: “Il tempo è compiuto”. Sarebbe meglio tradurre: “Questo tempo è la pienezza della rivelazione, del Regno che inizia”.

 

La visione escatologica

Nella visione biblica il tempo proviene da un eterno e segue un itinerario che suppone un’escatologia.

Teniamo presente che escatologia e apocalittica per molti aspetti sono in contrasto tra di loro, non sono sinonimi. Pertanto occorre evitare di concepire l’escatologia in chiave apocalittica.

L’apocalittica è distruttrice del tempo: alla fine della storia il Regno di Dio verrà e cancellerà il tempo. Perciò, se dobbiamo essere fedeli al nostro destino, dobbiamo ignorare il tempo, detestare la storia che è sotto la potenza del maligno. Una certa concezione dei Testimoni di Geova e di correnti apocalittiche è in questo senso significativa, così come l’obiezione di coscienza al servizio militare fatta non per ragioni pacifiste, ma per non indossare segni di questo mondo caduco e perverso che ha il vessillo di Satana piantato nella piazza.

La visione escatologica, invece, vede il tempo già intriso dell’eterno e quando il tempo si consuma, viene accolto nel grembo dell’eterno in maniera piena, non come ora in cui c’è la dissociazione. È per questo che Paolo non panteisticamente, ma soteriologicamente, cioè dal punto di vista della redenzione, dice che Dio sarà tutto in tutti.

Nel momento finale le separazioni, le tensioni tra tempo ed eterno che ora sperimentiamo, scompariranno. Giovanni usa il perfetto per indicare la salvezza: “Colui che crede è già salvato; ma colui che non crede è già ora condannato” (Gv 3,18), non perché sia già ora consumato il giudizio, ma perché chi vive ora l’esperienza orante, di grazia, pregusta già in anticipo questa escatologia che avrà in sé la creaturalità redenta e l’abbraccio dell’eterno, dell’infinito di Dio.

Il poeta T. Eliot nei “Quattro quartetti” fa un esame dell’intreccio tra tempo e senza tempo, e si chiede come fare a capire se in noi ci sia questo punto di intersezione. La risposta è che sono i santi ad avere di più l’esperienza dell’eterno in se stessi, attraverso un’esperienza d’amore, di donazione, di ardore.

Se due innamorati sono veramente nella pienezza d’amore, vivono veramente l’eterno: “…in un morire d’amore durante la vita, nell’ardore, nel totale svuotamento di se stessi e nella resa totale di sé” (T. Eliot). Quest’immagine ci porta alla mistica.

 

 

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