La fonte e il farmaco della misericordia

6 dicembre 2015 | pubblicato in: Incontri 2015 | commenti: Commenta questo articolo

 

 

Nell’ambito del Meeting di Fraternità in Val di Fiemme, la Fraternità Francescana Frate Jacopa, in collaborazione con la Parrocchia di Predazzo e il Patrocinio del Comune, ha promosso un incontro pubblico per avvicinare al grande tema della misericordia, in prossimità dell’apertura dell’Anno Giubilare indetto da Papa Francesco. Pubblichiamo un estratto dell’intervento di Don Massimo Serretti (docente di teologia dogmatica alla Pontificia Università del Laterano e di filosofia all’Università di Urbino). Per un ulteriore approfondimento si rimanda ai contributi di Don Serretti al libro “Siate misericordiosi come il Padre Vostro”, Ed. Coop. Sociale Frate Jacopa, 2015

 

L’intento di Papa Francesco

È bello che già adesso, sul finire di agosto, cominciamo a interessarci della misericordia prima dell’inizio dell’anno giubilare (8 dicembre 2015). Le proposte che ci vengono dal Successore di Pietro acquistano spessore e significato sia per le nostre esistenze personali sia a livello più ampio. Dobbiamo farle nostre e rispondere a quello che ci viene proposto. L’incontro di questa sera costituisca l’inizio di una riposta a questo invito che Papa Francesco fa a tutti.

Io vorrei introdurre la virtù della misericordia ed evidenziare l’intento semplice ma profondo, a partire dal quale Papa don-serrettiFrancesco ha fatto questo lancio. Non è immediata la comprensione di quello che lui ha inteso fare. La sua intenzione profonda è ben definita, non è un invito primariamente morale. Non si tratta di introdurre una porzione “omeopatica” di misericordia cosicché le cose vadano un po’ meglio nella nostra società che presenta non di rado un volto spietato, duro e offensivo della dignità dell’uomo. Non è questo l’intento che muove Papa Francesco.

 

Il Creatore è affascinato dalla sua creatura

È da sfatare la “vulgata” che, nell’inconscio collettivo, ha creato l’idea che la misericordia sia la virtù del Nuovo Testamento, mentre la giustizia sia la virtù dell’Antico Testamento.

Dal punto di vista della storia questa visione è contraddetta, poiché tutto l’Antico Testamento è intessuto di atti di misericordia di Dio e si cantano in continuazione le lodi di Dio che è «ricco di misericordia » (Es 34, 6; Ef 2, 4). Questa espressione è anche il titolo dell’enciclica Dives in misericordia di Giovanni Paolo II.

Il termine ebraico che traduciamo con la parola “misericordia” non ha un significato innanzitutto morale che esprima il dovere di aiutare o sollevare chi è in difficoltà. La prima accezione del termine è estetica: indica una leggiadria, una grazia, una graziosità, una forma di bellezza e di preziosità. Questa graziosità affascina, per cui la benevolenza, la misericordia diventa una risposta alla percezione di qualcosa che vale. E il suo valore è percepibile in quanto è un qualcosa che è in se stesso grazioso.

Ecco allora che il Dio misericordioso non si muove per una sua morale (necessità) o per semplice degnazione o condiscendenza nei nostri confronti. L’uomo è stato creato come ultima opera della creazione, come «cosa molto buona» (Gn 1,31), e ciò indica un’ assonanza col termine ebraico che esprime la graziosità, la leggiadria, la preziosità, la grazia, il valore della creatura. Quando il Signore guarda la sua creatura ne è lui stesso affascinato!

Ce lo ricorda S. Caterina da Siena che si rivolge al Signore sottolineando che è innamorato perdutamente della sua creatura. La Santa si chiede: “Che preziosità ha l’uomo perché Dio faccia certe follie?”. Al fondo dello sguardo del Creatore c’è il capolavoro della sua creazione, la cui preziosità si è sfigurata nel peccato.

L’atto stesso della creazione che pone nell’essere chi prima non c’era, è un atto di misericordia. Questa consapevolezza è presente nell’Antico Testamento. Per esempio nel Salmo si ringrazia il Signore per aver creato il cielo… e l’uomo, e si continua a ripetere: «Eterna è la tua misericordia» (Sal 117; 135; etc.). Qui la lode per la misericordia di Dio è legata alla creazione. Poi la misericordia si estende a tutta la storia dell’umanità, in particolare attraverso la costituzione del Suo popolo eletto, mediante il quale il Signore prepara la salvezza di «tutte le famiglie della terra». Allora il popolo canta «le meraviglie del Signore»: le «Sue misericordie».

Tutto il lavoro, tutta l’azione misericordiosa e benevolente di Dio culmina in un capolavoro unico e singolare: «l’eccelsa figlia di Sion» (LG 55), la Beata Vergine Maria. Maria è il capolavoro di Dio. In lei è portato alla pienezza tutto quello che Dio ha fatto quando ha creato l’uomo e lo ha redento. È bello che l’anno della misericordia sia sotto il segno mariano, iniziando l’otto dicembre.

 

Il duplice aspetto

La misericordia in tutto l’Antico Testamento ha un duplice volto. Per esprimerlo si usano due termini che sono attribuiti solo a Dio: uno ha significato virile, paterno, mentre l’altro è decisamente femminile e materno.

Bisogna riflettere su questo perché il motto dell’anno giubilare è: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6, 36). Qui è esplicito il riferimento alla misericordia paterna le cui caratteristiche sono: la volontà e l’elezione. Tutte le misericordie di Dio nel Nuovo Testamento sono sotto il segno della volontà del Padre, perché il Figlio compie solo quello che il Padre gli ha chiesto. Anche l’essere attirati dal mistero di Cristo è legato all’azione del Padre, come afferma Gesù quando dice: «Nessuno può venire a me se non attirato dal Padre» (Gv 6, 44. 65).

Poi c’è l’aspetto propriamente materno che è molto sottolineato sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento che usa un termine greco che cerca di tradurre il termine ebraico “rahamim”, cioè le viscere materne. Per esempio nel brano evangelico in cui si dice che Gesù si commosse, il testo greco dice che ebbe un moto di compassione viscerale. Il senso è che la misericordia di Dio è tenerezza, benevolenza, compassione.

L’aspetto maschile e femminile creano un abbraccio completo verso l’uomo e quindi un abbraccio vero. Infatti i bambini non vogliono che il papà e la mamma si separino, perché, così facendo, si rompe l’integrità dell’amore.

 

Misericordia e amore

Il mistero più profondo di Dio non si rivela come misericordia, ma il cuore di Dio si rivela come amore.

L’amore indica una qualità stabile, permanente, costante.

Mentre l’atto di misericordia è una compassione che si rivolge ad una miseria, l’atto di amore no, non ha bisogno di rivolgersi ad una miseria. Lo vediamo bene nella realtà di Dio che è amore. Nella Trinità non c’è nessuna miseria o mancanza da soccorrere nel Padre o nel Figlio o nello Spirito Santo. Ma tra loro c’è l’amore. Nessuno di loro deve impietosirsi di fronte ad una miseria che richieda misericordia.

L’amore è un modo d’essere, mentre la misericordia suppone la disposizione dell’amore. Un atto può sembrare misericordioso, ma non lo è se manca l’amore!

Un atto di misericordia deve essere sostanziato dall’amore, cioè dalla percezione diretta di quella leggiadria, di quella preziosità di cui parlavamo all’inizio, che è presente in ogni persona in quanto è immagine e somiglianza di Dio. Tutte le persone hanno questa bellezza, questa preziosità.

Quando si soccorre una persona che è nella miseria, l’atto di misericordia è tale quando va al cuore dell’essere dell’altro e quando parte dal nostro cuore. Chiedendo l’amore, l’atto di misericordia chiede che sia implicata la totalità della persona. È una donazione della vita. La misericordia è riferita al Padre perché egli è fonte della vita e in ogni suo atto dona la vita.

Quindi in Dio nell’Antico Testamento è rimarcata la distinzione e la correlazione tra l’amore e la misericordia.

La misericordia, inoltre, si configura in un modello di relazione che è dispari: nella dinamica della misericordia c’è sempre una disparità tra chi ha e chi non ha. Invece nella relazione d’amore c’è parità nell’essere. La relazione di parità ha maggiore perfezione.

L’atto di misericordia tende a ricostituire una situazione di parità. Qui si vede anche come la misericordia confina con la giustizia. La miseria si crea da una situazione di ingiustizia a partire dal peccato originale. L’uomo vive nell’ingiustizia. Non è più giustificato davanti a Dio e le ingiustizie di carattere sociale sono una conseguenza di questa prima ingiustizia. La misericordia di Dio tende a ripristinare la giustizia. Gesù è chiamato il giusto e in lui noi siamo giustificati.

La misericordia di Dio tende a portarci in una condizione che non sarà mai di parità col Creatore, ma sarà una condizione di verità di relazione.

La relazione dell’amore è perfetta. Infatti S. Paolo parla dell’amore come «vincolo della perfezione» (Col 3, 14), mentre nella misericordia c’è un’imperfezione che si tende a superare.

 

La nostra miseria è il peccato

Potremmo pensare che il giubileo della misericordia significhi imbracciare le armi della misericordia e andare all’assalto del mondo. Invece la misericordia riguarda in primo luogo il senso dell’indigenza, della povertà nel quale ciascuno di noi si trova.

Quali sono le condizioni affinché si possa riconoscere la verità della nostra situazione? In che cosa essa è passibile di misericordia? Perché noi siamo miseri? In che cosa consiste la nostra povertà, per cui dobbiamo essere soccorsi?

Il riconoscimento della nostra indigenza è legato al riconoscimento del peccato che ha privato l’uomo della relazione più bella, più grande, più vera: la relazione con Dio. Da questa imperfezione radicale dipendono tutte le altre sia dal punto di vista soggettivo, personale, psicologico, spirituale sia dal punto di vista relazionale…

L’invito che il Papa ci fa in questo anno della misericordia è l’invito a riconoscere il punto di miseria che è presente nella nostra vita. Essendo venuto meno il senso del peccato è venuto meno il senso della propria miseria. È venuta meno una visione realistica di sé, della propria condizione.

Il senso del peccato non ha niente a che vedere con la psicanalisi, col senso di colpa. Il senso del peccato è una cosa meravigliosa, perché insorge in noi unicamente quando, per grazia, abbiamo un’intuizione, una percezione, un’esperienza della santità che è una condizione in cui non c’è miseria e il volto dell’uomo splende in tutta la sua bellezza, in tutta la sua integrità. Solo Dio è Santo. E la santità che attribuiamo all’uomo è la partecipazione alla santità di Dio.

Papa Francesco è l’uomo di Dio, ascoltando il quale ci si accorge che la santità c’è. Guardando la santità si scopre tutto quello che, nella propria vita, non è santità. È la logica della luce e delle tenebre: chi non ha mai visto la luce non sa di essere nelle tenebre, mentre, quando vede uno spiraglio di luce, lo sa.

Il senso del peccato è una grande grazia. La parabola del figliol prodigo racconta la vicenda di chi è stato immerso nel peccato e poi si sveglia. Questa è la parabola del venire alla luce e del riconoscere la propria miseria.

L’esperienza del riconoscimento della propria miseria avviene sempre in due punti cruciali dell’esperienza: l’innamoramento che diventa storia d’amore. Tutte le storie d’innamoramento vere tra un uomo e una donna arrivano fisiologicamente al punto in cui lui o lei o entrambi vanno in crisi, perché si accorgono che l’immagine di sé, che avevano costruito, non corrisponde alla realtà. Così è necessario essere misericordiosi verso se stessi e togliersi la corazza creata per poter vivere e con la quale presentarsi agli altri. Si tratta di accogliere l’amore dell’altro, che era già a conoscenza della nostra corazza e che ci ama.

Si tratta di imparare ad accettare di consistere in altro rispetto a ciò in cui si consisteva prima.

Accettando il dono dell’amore dell’altro accettiamo di essere ricreati dall’altro. Chi non accetta questo non entra mai nell’amore.

Nella vita monastica avviene la stessa cosa: dopo quattro o sei mesi gli idoli dell’autoconoscenza costruiti su di sé si smontano e la persona va in crisi. Dopo essere arrivata a conoscere la propria miseria, si consegna al Signore senza riserve.

Indicendo l’anno della misericordia il Papa ha voluto disintegrare la “statua di pietra” che ci siamo costruita dentro di noi e che non siamo noi, per farci fare esperienza della misericordia, del perdono del peccato. In un’occasione Papa Francesco ha parlato dell’esperienza del peccato come del luogo privilegiato dell’incontro con Dio.

 

Il Sacramento della Riconciliazione

Nell’intenzione profonda del Papa c’è il Sacramento della Riconciliazione. Qui si mostra il volto della misericordia, che è Gesù Cristo. Qui siamo riabbracciati dal Padre come il figliol prodigo.

C’è un passo in cui S. Bonaventura racconta che «l’assenzio della misericordia invase il cuore»1 di S. Francesco quando si convertì nuovamente, avendo fatto l’esperienza dell’incontro con Gesù, col suo amore misericordioso, che gli venne donato nel Crocefisso. Questo è ciò a cui siamo chiamati.

Inoltre il Papa ci invita a portare dappertutto questa espansione, questa dilatazione del cuore, questa ampiezza dell’abbraccio, questa grandezza d’animo. Quando parla di andare verso le periferie vuole dire che la potenza della misericordia di Dio, che ci è data in Cristo, non deve rimanere chiusa nel nostro cuore, né nelle sacrestie, ma deve dilagare, deve sbaragliare gli argini per arrivare dappertutto. Così come accadde a S. Francesco che era una persona trasfigurata e perciò convincente. In lui la sovrabbondanza era straripata, era diventata incontenibile.

Questo è il tratto di verità dell’esperienza propria e di verità della relazione con tutti.

Il Papa lo afferma, lo vive e lo pratica.

 

Non c’è misericordia senza prassi

Dice S. Agostino: «La misericordia non è altro che una certa compassione provata nel nostro cuore per la miseria degli altri, perché in virtù di essa, se ci è possibile, siamo spinti ad andare loro incontro»2.

I pagani avevano criticato violentemente la misericordia solo come sentimento, solo come passione, solo come compassione. Laddove domina solo la passione infatti non c’è virtù. Si parla di virtù solo quando entra in campo il giudizio, la ragione. Il giudizio orienta la passione e la rende virtuosa. La misericordia per assurgere alla dignità di virtù deve quindi ammettere in sé il giudizio. Perciò senza il giudizio dell’intelletto non c’è vera misericordia. Inoltre, occorre tenere presente l’aspetto pratico della virtù della misericordia. Essa diventa il “farmaco” che è il termine usato dai Padri orientali per indicare la santa Eucaristia. Il farmaco ha a che fare con la vita.

Senza misericordia l’amore non è amore. L’amore si incarna, diventa vero, diventa vita nella misericordia. Per questo gli uomini che sono entrati nella misericordia di Dio sono uomini che hanno dato la vita, nel duplice senso: l’hanno offerta e l’hanno generata.

Non si può esercitare la carità guardando da una parte e buttando le cose dall’altra. Bisogna dare la vita!

La misericordia è una cosa enorme perché ci chiede di imparare a ridonare la nostra vita. Nel donare c’è più gioia che nel ricevere (At 20, 35), quindi il risultato per chi vivrà bene l’invito del Papa sarà un incremento straordinario della letizia.

 

1 Omelia nella prima domenica di Pentecoste su Luca 6, 36.

2 La città di Dio, IX, 5.

 

Lascia un commento