La fraternità universale

25 maggio 2014 | pubblicato in: Spiritualità Francescana | commenti: Commenta questo articolo

 

header1

 

Sulla scia dell’enciclica “Pacem in Terris”, il Vaticano II compie una svolta nella storia della Chiesa che non si rivolge solo al mondo occidentale, ma a tutta l’umanità per lo sviluppo integrale di tutta la persona e di tutte le persone.
“… il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini. A tutti vuol esporre come esso intende la presenza e l’azione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il mondo che esso ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l’intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive…” (GS 1320).
Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli.”
(LG 13).
“Tra i segni del nostro tempo è degno di speciale menzione il crescente e inarrestabile senso di solidarietà di tutti i popoli, che è compito dell’apostolato dei laici promuovere con sollecitudine e trasformare in sincero e autentico affetto fraterno.” (AA 967).

 

Come fare a trasformare la solidarietà in fraternità?
Non può bastare razionalizzare il problema e osservare che, avendo un unico Padre, siamo tutti fratelli.
La fraternità non è una bella idea frutto di un ragionamento, ma riguarda il nostro sentire, la nostra affettività. Per questo dobbiamo essere educati al valore della fraternità attraverso esperienze concrete che modifichino la nostra affettività spontaneamente rivolta verso il nostro ego.
Chi è il maestro che ci può educare alla fraternità universale?
In quale ambiente si possono fare le esperienze significative?
Come è possibile comunicare, a nostra volta, questo valore a chi non lo avverte come tale?

 

Il card. Joseph Ratzinger, uno dei Padri del Vaticano II, ci stimola ad approfondire l’intelligenza della fede osservando che: “Neppure Gesù chiamò indistintamente tutti suoi fratelli, bensì denominò così soltanto coloro che dicono con lui di sì alla volontà paterna di Dio” (J. Ratzinger, La fraternità cristiana, Queriniana, BS 2005, p.83). Al di fuori di questa “limitazione” la fraternità universale rischia di essere una “vuota fantasticheria”. La fraternità ha bisogno di concretezza.
La Chiesa primitiva descritta dagli Atti è una vera fraternità costituita dal piccolo gruppo di figli dello stesso Padre in quanto discepoli di Cristo. Essi costruiscono una fraternità concretamente nell’agire quotidiano in comunione con Cristo. Solo così si sentono veramente fratelli (adelphoi) e possono trascinare con la loro testimonianza “i battezzati che hanno perso la fede viva e di conseguenza la partecipazione diretta alla fraternità cristiana” (pseudádelphoi) e anche coloro che ne stanno completamente fuori (hoi éxō) (cfr. J. Ratzinger, ibidem, p.93).
Coloro che hanno sperimentato la fraternità dei discepoli di Cristo hanno l’intelletto illuminato dalla luce di Dio e il cuore aperto a Dio, e possono essere veri testimoni di fraternità per tutti coinvolgendoli in concrete esperienze senza le quali non esiste fraternità.

 

Prima del Vaticano II S. Francesco, il fratello di tutti, recuperò profeticamente il valore della fraternità, come punto fermo di Archimede sul quale sollevare il mondo, cominciando concretamente dal suo piccolo gruppo. Chiamò i suoi compagni, “frati” e non “monaci”, chiamò “ministro” il superiore e non “abate”, dando così un’impostazione nuova a partire da parole nuove. E soprattutto volle che nessuno si facesse chiamare maestro, poiché l’unico maestro è Cristo (cfr. FF 61).
Le Fraternità francescane realizzarono la comunione che dal loro nucleo si espanse verso l’universo assumendo così il compito di riparare la fraternità umana.
Questa realtà viene illustrata bene nello scritto anonimo: “Sacrum Commercium”. Questo libretto racconta come Madonna Povertà andò dai frati che dimoravano su di un monte e, dopo aver parlato un po’ con loro, chiese che le fosse mostrato il chiostro. I frati “la condussero su di un colle e le mostrarono tutt’intorno la terra fin dove giungeva lo sguardo, dicendo: «Questo, signora, è il nostro chiostro»” (FF 2022).

 

Non è forse per questo che il gesuita Mario Von Galli, rappresentante della televisione sia svizzera che tedesca, presente all’assemblea del Vaticano II, scrisse il libro: “Francesco d’Assisi, il futuro vissuto”? In esso egli afferma che il Vaticano II realizza quella visione cristocentrica che S. Francesco aveva già intuito e portato a conoscenza col suo spirito profetico: l’essenza del messaggio cristiano è la rivelazione della fraternità e dell’umanità come corpo di fratelli il cui capo è Cristo. Egli è “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Egli è una persona viva che ci sta accanto e ci insegna a vivere fraternamente.
Senza di lui non c’è possibilità di comunione tra gli uomini. Non appena ci si allontana da questo grande mistero si diventa Caino verso l’altro uomo e la storia umana si rivela come rottura della fraternità umana.

 

Col tempo l’intuizione di S. Francesco ha perso il suo smalto presso il popolo francescano. Ma grazie al Vaticano II i francescani sono stati stimolati a ritornare alla loro vocazione originaria. Ne abbiamo un esempio molto significativo nella nuova Regola per i Terziari Francescani (1978) nella quale Paolo VI ha posto al centro il valore della fraternità.
Compito dei francescani oggi, così come al tempo di S. Francesco, è quello di costruire la fraternità universale, o meglio il popolo dei fratelli attraverso Cristo senza il quale non ci si può sentire fratelli.

IMG2

Lascia un commento