L’origine evangelica della fraternità

1 giugno 2014 | pubblicato in: Spiritualità Francescana | commenti: Commenta questo articolo

 

Innocenzo III, che prima di diventare papa era il monaco Lotario, scrisse il famoso libretto emblematico della mentalità medioevale: “De contemptu mundi” (Il disprezzo del mondo). Tale libretto è in linea col pessimismo del Qoelet che recita così: “Vanità delle vanità… tutto è vanità… Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole” (Qoelet 1,1.9).
Invece la mentalità francescana, che è apertura al mondo, si contrappone a questo pessimismo. S. Bonaventura sostiene che nel mondo c’è il nuovo: è Gesù Cristo che ha portato nel mondo un cammino, un progresso spirituale.
La spiritualità francescana ha grande attenzione alla natura umana di Cristo, che consente un nuovo rapporto personale di ogni uomo col suo Creatore e, di conseguenza, un nuovo rapporto degli uomini tra loro connotato dalla parola “fraternità”.
Per capire che cosa S. Francesco intendesse per fraternità bisogna contemplare l’azionepasqua-giov esemplare che Cristo pone a fondamento di essa. Infatti il termine “fraternità” è come una moneta che, passando attraverso molte mani, ha perso la purezza del conio; ha perso la forza rivoluzionaria delle origini quando provocò un passaggio notevole di cultura tra i pensatori prima del francescanesimo e dopo.

 

Nell’Antico Testamento questo particolare rapporto era stato avvertito anche dagli Ebrei che si sentivano fratelli tra loro, ma estranei o nemici degli altri popoli.
Invece Gesù proclama che tutti sono fratelli, perché c’è un unico Padre. Narra il Vangelo che un samaritano, che era considerato come uno che non aveva la dignità degli Ebrei o come un peccatore pubblico, si fa prossimo, ha cura di un disgraziato abbandonato lungo la strada. Con questa parabola si rompe la condizione di privilegio della fraternità come era vissuta presso il popolo ebraico: il prossimo non più solo l’ebreo!
Con questa parabola il prossimo non è necessariamente un proprio simile, ma colui che ha bisogno di cure.
La prossimità non dipende da steccati, da limitazioni di religione, dalle caste… È il valore fondamentale che rompe tutte le chiusure. Come dice S. Paolo: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è uomo né donna, poiché voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28).
La realtà della fraternità è proclamata da Gesù: “Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri” perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo… ” (Mt 23,8-11). Questo proclama è assunto da S. Francesco nella Regola non Bollata (cfr FF 61).
Il senso della fraternità è espresso da Cristo nell’ultima cena nel contesto dell’istituzione dell’Eucaristia con la quale Egli si dona all’uomo per nutrire il senso dell’umano: Cristo lava i piedi ai discepoli per insegnare loro a fare altrettanto (cfr Gv 13, 12-15).

 

S. Francesco pone tale azione esemplare a fondamento del rapporto tra superiori e sudditi.
Nell’Ammonizione IV precisa il fondamento dell’esercizio dell’autorità, ricorda ai superiori che devono lavare i piedi ai sudditi per essere loro fratelli, altrimenti “ammassano un tesoro fraudolento a pericolo delle loro anime” (FF 152), cioè tradiscono la povertà di spirito.
Mentre la comunità monastica è verticalizzata e unificata nella superiore unità dell’abate, nella nuova comunità francescana il ministro, cioè il servo, è colui promuove la pluralità, la diversità delle persone che sono fonte di ricchezza e di crescita per tutti, anche per coloro che occupano un ruolo di guida spirituale. L’autorità non va usata per sovrastare, per maneggiare i sudditi, ma per farli crescere. La parola stessa lo dice: autorità deriva da “augere” che significa “accrescere”. E questa crescita riguarda tutti, anche i superiori che nel loro servizio crescono spiritualmente.
La persona non è mai fatta definitivamente, ma è in una situazione storica, dinamica, per cui si fa continuamente. Non è un “factum”, ma un “faciendum”. Nell’agire si forma la persona (mentre nella mentalità aristotelica l’azione segue la persona).
La persona ha bisogno di relazionarsi col fratello che l’aiuti a crescere, a rendere espliciti quei talenti che ha dalla nascita e che potrebbero atrofizzarsi o rimanere nascosti.
Lo scopo della fraternità è quello di far venire alla luce la ricchezza del singolo, di formare la persona attraverso la relazione (mentre la solidarietà è semplicemente esecutrice di progetti e procede all’esterno della persona).

 

S. Francesco avverte il valore di fondo della fraternità come una rivelazione. Nel suo Testamento dice che non c’era nessuno che gli insegnasse che cosa dovesse fare, cioè non accettò la strada seguita da molti, da monaci o da canonici regolari. Fu l’Altissimo che gli rivelò di vivere secondo la forma del santo Vangelo. E rivivendolo intuì la forma nuova, non di una comunità che vive sotto il superiore, ma di una convivenza in cui c’è il rapporto di prossimità di tutti, gli uni verso gli altri. Cambiò così la modalità degli istituti religiosi: nacquero le Fraternità.
È questa la forza della spiritualità francescana che non vede nella fraternità solo una funzione complementare, ma una categoria costitutiva del senso della vita nuova.

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