La parola e l’operare

12 dicembre 2016 | pubblicato in: Spiritualità Francescana | commenti: Commenta questo articolo

 

“La lettera uccide, lo spirito vivifica”

Nella Lettera a tutti i fedeli coloro che “con il proprio corpo servono il mondo attraverso gli istinti carnali e le sollecitudini mondane e le preoccupazioni di questa vita” sono considerati “prigionieri del diavolo, del quale sono figli e fanno le opere” (FF 178/4). Nella Regola non bollata è riportato un lungo elenco di “cose cattive” (FF 57) che escono dal cuore malato.

Ma dopo questo elenco viene indicata la strada per guarire dai desideri carnali: “non dobbiamo fare altro che essere solleciti a seguire la volontà del Signore” come un terreno fertile a cui è affidato il seme della Parola di Dio e non come il terreno roccioso o ricoperto di spine che soffoca la Parola e la rende infruttuosa (cfr. FF 58).

L’immagine evangelica del seme che cade sul terreno è ripresa da S. Francesco per far riflettere sul modo di rapportarsi alla Parola che può essere studiata con finalità diverse.

La Parola rimane lettera morta, che uccide facendoci ripiegare su noi stessi, quando ce ne impossessiamo e ce ne serviamo per acquistare prestigio e così averne una ricompensa.

Come dice S. Francesco: “Sono uccisi dalla lettera coloro che desiderano sapere soltanto parole in modo da essere ritenuti più sapienti degli altri e poter acquistare grandi ricchezze… e non vogliono seguire lo spirito della divina Scrittura, ma desiderano sapere solo parole e spiegarle agli altri” (FF 156).

Costoro sono guidati dallo spirito della carne che “vuole e tenta di parlare molto, ma di fare poco… È di questi che il Signore dice: «In verità vi dico, hanno ricevuto la loro ricompensa»” (FF 48).

Costoro rimangono estranei alla Parola; considerano le parole come un possesso, una ricchezza da usare per la loro vanità, ma non sono personalmente coinvolti dalla Parola, non le danno concretezza, non la mettono in pratica. In tal modo la falsificano in se stessi, poiché essa propone l’operare come sua verità. E l’inverarsi della Parola nell’operare è essenziale per il processo di conversione dell’uomo, poiché la persona viene trasformata dagli atti che compie.

La teologia francescana proclama il primato della prassi e considera fondamentale la santa operazione “in cui si dà il co-operare mutuo dello spirito dell’uomo e dello Spirito del Signore, che Francesco presenta come la beatitudine dell’uomo” (V. C. Bigi, Il lavoro e l’operare negli Scritti di Francesco d’Assisi, Ed. Porziuncola, p.50).

Nel compimento della santa operazione saniamo la nostra affettività, diventando pienamente immagine e similitudine di Cristo e possiamo essere suoi veri testimoni manifestandola agli altri con la nostra parola e con l’esempio (cfr. FF 156). Ecco perché S. Francesco si rivolge ai frati dicendo che “tutti i frati” (FF 46) devono predicare: sia i “teologi… che ci danno spirito e vita” (FF 115) sia coloro che, non essendo in grado di predicare con le parole, lo fanno con le opere. La sola cosa necessaria per la vera testimonianza è avere una “religiosità e una santità interiore dello spirito” e non “una religiosità ed una santità che appaia al di fuori agli uomini” (FF 48) e che è espressione dello “spirito della carne”.

La religiosità è apparente quando è vissuta con lo spirito d’orgoglio che desidera manifestare agli uomini le opere buone che compie con la speranza di averne un compenso (cfr. FF 178).

Invece la religiosità è vera nel servo fedele che “rende tutti i suoi beni al Signore Iddio” (FF 168), nella consapevolezza che “tutti i beni sono suoi… e procedono tutti da Lui” (FF 49).

 

Il culto della Parola

S. Francesco è un vero testimone e, come tale, esprime un culto incredibile nei confronti della la-parolapropria parola considerandola simile alla Parola di Dio.

Nella Lettera a tutto l’Ordine, egli dice al ministro generale, a tutti i ministri generali che verranno dopo di lui, a tutti i custodi e guardiani che sono e che saranno, di custodire il suo Scritto con cura e di farlo osservare diligentemente “ora e sempre, finché durerà questo mondo” (FF 231).

Nella Lettera ai reggitori di popoli egli promette come certa la benedizione di Dio per coloro che custodiranno il suo Scritto e lo osserveranno. Nella Lettera a tutti i fedeli egli prega e scongiura non solo di accogliere le sue parole e di metterle in pratica, ma anche di farne copie per inviarle ad altri, perché sono “spirito e vita”; chi lo farà sarà benedetto dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo.

Anche nella Lettera a tutti i guardiani il Santo prega di diffondere “presso i vescovi e gli altri chierici tutti la lettera che tratta del santissimo corpo e sangue del Signore nostro” (FF 247). E comanda inoltre di consegnare ai governatori, ai consoli, ai capi delle nazioni un’altra sua lettera e di farne “tante copie e di consegnarle con diligenza a coloro cui si devono consegnare” (FF 248).

Nel Testamento lasciato come eredità ai frati, comanda che la sue parole siano “santamente osservate” (cum sancta operazione) (FF 130), senza commenti (sine glossa), sino alla fine; chi le osserverà sarà ricolmo in cielo della benedizione dell’Altissimo Padre, e in terra sarà ripieno della benedizione del diletto Figlio suo col Santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i santi.

S. Francesco aveva la certezza profetica di se stesso, perché il Signore glielo aveva rivelato. Ma era anche consapevole che la forza delle sue parole derivava dall’aver messo in pratica la Parola di Dio, infatti le biografie dicono che egli non diceva nulla che non avesse fatto.

In lui è veramente presente la Parola che si è inverata nell’azione e quindi ha valore di vita!

 

Graziella Baldo

 

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