L’operare

27 agosto 2016 | pubblicato in: Spiritualità Francescana | commenti: Commenta questo articolo

 

 

Operare per il compimento dello spirito

Il linguaggio biblico rivela l’operare di Dio nei nostri confronti e richiede l’operare dell’uomo nei confronti di Dio. Purtroppo noi tendiamo a mettere tra parentesi l’operare dell’uomo e poniamo al suo posto le teorie che esprimono i contenuti dell’operare. Ma tra il raccontare l’opera e il fare l’opera c’è un abisso infinito!

Lo ha posto in rilievo S. Francesco nella VI Ammonizione dicendo: “È grande vergogna per noi servi del Signore il fatto che i santi abbiano compiuto queste gesta e noi raccontando e predicando le cose che essi fecero ne vogliamo ricevere onore e gloria” (FF 155). Questa è la nostra condizione amara!

Per superarla in maniera adeguata è opportuno chiedersi: l’operare è importante solo per dimostrare coerenza con quello che diciamo, ubbidendo ad una legge che non può cambiare il nostro cuore (1 Cor, 15, 56), ma può solo farci sentire giusti come il fariseo che si compiace delle sue opere, mentre il pubblicano si sente peccatore? È necessario operare solo per porsi in alternativa al sapere per il sapere che non ha sbocchi nell’agire? Possiamo identificare il francescanesimo con il pragmatismo che persegue il sapere in vista di un fare utilitaristico?

Certamente no. Nella visione francescana l’agire è di fondamentale importanza, nella misura in cui trasforma l’uomo rendendolo sempre più simile a Cristo, cioè con i suoi sentimenti (cfr. Fil 2,5). Vediamo realizzato questo continuo divenire in S. Francesco che arrivò ad essere in una comunione tanto stretta con Lui da ricevere le stimmate e da essere nominato, da Pio XI, con il titolo di “alter Christus”.

Dalla V Ammonizione si intuisce che lo spirito dell’uomo deve essere portato a compimento facendosi simile allo spirito del Signore, perché così è stato creato prima del peccato originale e così deve tornare ad essere se vuole realizzare quella “sublime condizione” (FF 153) a cui è stato predestinato fin dalla creazione del mondo.

Nella “Lettera a tutti i fedeli” S. Francesco afferma che si arriva alla beatitudine (“o quam beati et benedicti sunt…”) nel perseverante operare composito, mutuo tra lo spirito dell’uomo e lo spirito del Signore. In questa cooperazione si ha il pieno raggiungimento del proprio fine e così si vive nella perfetta letizia che non è un sentimento psicologico dipendente da circostanze favorevoli. La beatitudine è un sentimento spirituale che zampilla da atti creativi compiuti in comunione con lo spirito del Signore in cui trova compimento lo spirito dell’uomo.

La beatitudine deriva da un rapporto col Figlio di Dio; è l’avere il Figlio di Dio in se stessi e si attua non sul piano del conoscere, ma ricevendo il corpo e il sangue di Cristo e operando il bene.

Nei primi versi della Lettera il verbo “fare” è riferito all’amore totale verso il Signore e verso il prossimo, all’odio per il proprio corpo con i suoi vizi e peccati, al sacramento dell’Eucaristia, alla penitenza che dà i suoi frutti. Grazie a questi atti lo spirito del Signore potrà stabilire la sua abitazione o dimora nello spirito dell’uomo. In questa comunione S. Francesco è diventato madre di Cristo, perché lo ha partorito attraverso le “opere sante” che hanno illuminato gli altri con l’esempio.

 

Operare per trasformare il cuorestimmate

Lo spirito dell’uomo non può non operare ed è posto da S. Francesco di fronte ad un’alternativa: o compiere le opere del Padre facendo penitenza e raggiungendo la beatitudine, o compiere le opere del diavolo, non facendo penitenza e così dilapidando la similitudine. Ribellandosi alla collaborazione con Dio, lo spirito dell’uomo non rimanda a Lui, ma si appropria del principio dell’operazione stessa, lasciandosi guidare dal suo cuore da cui escono tutti i vizi e i peccati (cfr. FF 178/5).

Nella teologia francescana è fondamentale la conversione del cuore. Dice infatti S. Bonaventura: “È necessario che gli affetti siano sanati, affinché possano rettificarsi. Ma qualcuno non viene sanato, se non conosce la malattia e la causa, il medico e la medicina.

Ora la malattia è la depravazione dell’affetto. Questa poi è quadruplice, perché l’anima, all’unione al corpo, contrae infermità, ignoranza, malizia e concupiscenza; dalle quali viene inficiata la forza intellettiva, la forza di amare, e quella di aver potere. E allora tutta l’anima è infetta” (S. Bonaventura, La sapienza cristiana, Le Collationes in Hexaemeron, MI, 1985, p. 125).

 

 

Per sanare la nostra affettività occorre compiere le opere del Padre specchiandosi nell’operare di Cristo che obbedisce al Padre. Modellandosi su Cristo e così accogliendo il dono dell’Incarnazione, si dona se stessi e si esalta l’onnipotenza misteriosa e salvatrice di Dio nei confronti dell’uomo. Questa è la testimonianza dei santi che glorificano Dio con le loro opere.

Basti pensare al fascino che emana, anche oggi, dalla grandezza e profondità misteriosa di S. Francesco, poiché egli ha realizzato, nel suo operare, la pienezza della similitudine con Dio divenendo trasparente rimando all’operare di Dio che è carità.

 

Graziella Baldo

 

Lascia un commento