index La parola “letizia” è tipicamente francescana, ma è già nell’orizzonte del Salmo 132 che recita: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme! È come olio profumato sul capo, che scende sulla barba, sulla barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste. È come rugiada dell’Ermon, che scende sui monti di Sion. Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre.”.

 

La fraternità autentica ci fa vivere nella letizia come ci ricorda S. Francesco nel Testamento in cui ci lascia in eredità la sua esperienza: egli ha provato “dolcezza di anima e di corpo” (FF 110) nell’usare “misericordia” verso i fratelli lebbrosi.

 

Inizialmente aveva provato amarezza quando si era avvicinato ai lebbrosi, ma poi il Signore gli “concesse” di fare penitenza, di allontanarsi dai suoi peccati e, così facendo, di cambiare l’amarezza nella dolcezza che viene dal compimento di un’opera di misericordia.

 

La letizia non è frutto della volontà, ma è un dono di Dio.

 

È lo stato a cui ci si avvicina gradualmente progredendo in un cammino penitenziale di liberazione dallo spirito della carne per diventare sempre più dimora dello spirito di Dio.

 

È il cammino di “quelli che fanno penitenza” che sono “beati e benedetti” poiché “lo spirito del Signore stabilirà in essi la sua abitazione e la sua dimora” (FF 178/2).

 

È l’emozionale sì che investe la totalità dell’esistere nel continuo ricominciare e recuperarsi nel tempo liberandoci dal taedium vitae, da cui, invece, in genere cerchiamo di evadere mediante il divertissement.

 

È lo stato di chi vive beato nella luce e perciò non si lascia turbare dal peccato altrui, come accadde a S. Francesco quando bussò alla porta del convento in una fredda notte d’inverno e i suoi frati lo cacciarono in malo modo (cfr FF 278). Ebbe pazienza e non si turbò mantenendo la beatitudine dell’essere in comunione con Cristo.

 

La letizia è il “rimedio più sacro” contro le insidie del diavolo che non può “recare alcun danno al servo di Cristo” (FF 709). Per questo S. Francesco “studiava di rimanere sempre nella letizia, di “conservare l’unzione dello spirito, l’olio della letizia”.

 

“Il servo di Dio-spiegava- quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché, se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime.”.

 

S. Francesco “mentre teneva in grande pregio la gioia spirituale, evitava con cura quella vana, convinto che si deve amare diligentemente ciò che aiuta a progredire, e allo stesso modo si deve evitare ciò che è dannoso.

 

La vanagloria, la stroncava ancora in germe, non permettendo che rimanesse neppure un istante ciò che potesse offendere gli occhi del suo Signore. Spesso infatti quando si sentiva molto elogiare, se ne addolorava e gemeva assumendo subito un aspetto triste.” (FF 714).

 

Era consapevole che la letizia non proviene semplicemente da un’opera buona che dà motivo di orgoglio in chi laimages compie (cfr FF 161).

 

Il vero servo di Dio è “inutile”, è consapevole che il bene non è suo e che non può compiere nulla tranne quello che Dio stesso compie ed opera in lui.

 

È beato “il servo che rende tutti i suoi beni al Signore Iddio” (FF 168).

 

È beato “il servo che accumula per il cielo i beni che il Signore gli mostra e non desidera manifestarli agli uomini con la speranza di averne un compenso, poiché lo stesso Altissimo manifesterà le sue opere a chi gli piacerà. Beato il servo che conserva in cuor suo i segreti del Signore.” (FF 178).