S.Francesco e la grande speranza

22 luglio 2018 | pubblicato in: Spiritualità Francescana | commenti: Commenta questo articolo

 

 

Vere e false speranze

img104I discepoli di Emmaus dopo la crocifissione di Gesù, partirono da Gerusalemme delusi e amareggiati per la fine di quel Gesù di Nazareth in cui avevano riposto tutte le loro speranze. Dopo la sua morte, decisero di tornare a casa, ad Emmaus, per riprendere le loro occupazioni consuete con la morte nel cuore.

Potremmo trovare un parallelismo tra queste vane speranze dei discepoli di Emmaus, che avevano interpretato la missione di Gesù in un’ottica terrena, e la condizione del giovane Francesco d’Assisi affascinato dal mito cavalleresco, con i suoi fasti e splendori. Mentre era in viaggio verso la Puglia per combattere al seguito del conte Gualtiero di Brienne con la speranza di meritare l’investitura a cavaliere, una notte sognò “un palazzo grande e bello, pieno di armi, contrassegnate con la croce di Cristo” (FF 1031).

Egli diede al sogno un’interpretazione terrena, come un invito a combattere con i crociati, ma poco tempo dopo, la voce del Signore gli domandò: “Francesco, chi ti può giovare di più: il signore o il servo…?” (ibidem). Dopo questa visione egli capì di avere male interpretato il “sogno delle armi”, inseguendo l’utopia cavalleresca in voga al suo tempo, la quale, come l’illusione dei discepoli di Emmaus, lo stava trasportando sulle ali di un’immaginazione che prometteva in modo fallace un destino di gloria.

A differenza delle utopie che non hanno un luogo (utopia=non luogo), il cristianesimo ha il suo “luogo” nel corpo e nello spirito di Cristo. Esso è realistico, in quanto fa riferimento a un evento storico realmente accaduto, ma anche aperto al futuro di una gloria non effimera, a cui ci ha preparato il Risorto promettendo la vittoria della vita sulla morte.

Invece le utopie sono astratte, interamente proiettate nel futuro e senza legami col presente e col passato. Vivono solo se non si realizzano; altrimenti diventano ideologie.

 

Lasciarsi incontrare da Cristo

“Chi se’ tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo?”(FF 1915).

Per capire quale fosse la sua vocazione, la sua vera identità Francesco, divenuto “il nuovo cavaliere di Cristo” (FF 335), sostava a lungo in preghiera in luoghi nascosti, come le grotte, dove il Signore gli parlava infondendogli nuovo vigore e coraggio. Francesco incontrò personalmente Gesù Cristo, lo cercò senza sosta e si lasciò incontrare da Lui (cf EG 3). E come i discepoli di Emmaus ricominciarono a sperare e a desiderare di testimoniare il Vangelo di Gesù, dopo che lo ebbero incontrato vivo e riconosciuto nell’atto di spezzare il pane, così Francesco incontrò il Signore attraverso l’ascolto della sua Parola che lo portò a percorrere un itinerario di penitenza ovvero di purificazione interiore dalle passioni e dai condizionamenti culturali del suo tempo. In questo processo di liberazione dal dominio, dalla prigionia del proprio io, vissuto nel nascondimento a tu per tu con il Signore, egli mirò a divenire sempre più immagine di Cristo secondo il corpo e sua similitudine secondo lo spirito, in modo da farlo trasparire in sé.

Non fu un processo facile, come inseguire le utopie giovanili. Le Fonti Francescane attestano che in questi incontri con il Signore egli pativa “nell’intimo sofferenza indicibile e angoscia… I pensieri più contrastanti cozzavano nella sua mente, e la loro importunità lo sconvolgeva. Nel cuore però gli ardeva un fuoco divino, e non riusciva a celare esteriormente quell’ardore… All’uscire dalla grotta, all’amico egli appariva divenuto un altro uomo” (FF 1409).

La trasformazione del volto di Francesco è la “prova” della verità delle promesse di Cristo, poiché in germe erano già presenti in lui le cose che sperava (cf SS 7) e che non poteva trattenere per sé.

Questa trasformazione lo rese propositivo, animato da una grande speranza: “…e si mise in cammino verso Assisi, vivace, lesto e gaio… e con audacia decise di esporsi alle mani e ai colpi dei persecutori” (FF 1417). Tornato con slancio ad Assisi, come i discepoli di Emmaus erano tornati con uno spirito nuovo a Gerusalemme, affrontò sia il padre che lo voleva indurre con ogni mezzo a desistere dai suoi progetti, sia gli abitanti di Assisi che gli gettarono addosso il fango delle ingiurie per la sua ingratitudine verso la famiglia di origine che aveva contato su di lui per accrescere il prestigio del casato.

Ormai Francesco era tutto intento a riparare la casa del Signore che andava in rovina, secondo l’invito rivoltogli dal crocifisso di S. Damiano. Si tratta di un crocifisso che prefigura il Risorto ed emana letizia, poiché la letizia segue sempre la via della croce. E come Cristo sale in croce per tutti gli uomini, così il Santo di Assisi pregando ottenne la forza e il coraggio di andare tra gli uomini per predicare il Vangelo in spirito di fraternità e di speranza.

“L’azione e la vita di Francesco furono totalmente animate dalla speranza che si esprimeva in letizia, in ottimismo e in un impulso senza fine di andare sempre verso Dio, verso Cristo, verso lo Spirito Santo e in una grande fiducia nella Chiesa, nell’uomo e nella vita” (J.A. Merino, in Dizionario francescano, pp. 1914-1915).

Secondo l’esempio del Verbo incarnatosi per amore degli uomini, egli fece proprio quell’Amore che “tutto crede, tutto spera…” (1 Cor 13,7) e che “ha fiducia in quella possibilità di bene e di verità che è in ogni uomo, come un seme vivo nascosto in lui dall’Amore eterno”(V.C. Bigi, Il linguaggio dell’amore, EF, p. 75).

Lucia Baldo

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